Verità, post-verità e morti che camminano (due chiacchiere con Manchego San)



«Se un tempo il mostro era il ricco ma affascinante signore che ti succhiava il sangue per renderti suo schiavo, in seguito sono state le mutazioni radioattive a toglierci il sonno. Oggi è lo zombie il mostro che scuote le nostre coscienze, perché il morto vivente è lo specchio di ciò che siamo, senza filtri di Instagram. È la denuncia della nostra lenta ma vorace acquiescenza ad una vita di apparenza, di vetrine luminose e oggetti inutili che desideriamo ad ogni costo, mentre tutto il mondo intorno a noi corre all'impazzata verso un destino annunciato». 


Il testo scandisce un blob d'immagini perfettamente ritmato. Sequenze horror incrociate a scene di ordinaria follia fra le corsie di un centro commerciale. Gorghi di pubblicità subliminali in stile They live. Poi l'improvvisa spirale di un fungo atomico - scena primaria delle angosce contemporanee - ed ecco germinare i morti viventi di George Romero. Occhi sbarrati, passi meccanici alla ricerca di prede contro decadenti panorami post-industriali, mentre la voce fuoricampo sprofonda lo spettatore in un abisso introspettivo di paure ancestrali.

Siamo in Revolutionary Dead 2020sofisticato incubo dell'«espropriatore di immagini» Manchego San, che racconta il contemporaneo attraverso giostre di ritagli visivi su testi brillanti e perturbanti. 


E non c'è da stupirsi se si parla di spettri, perché Manchego sembra piuttosto affezionato a quest'archetipo. Il tempo dello spettro è guardacaso anche il titolo del corto che ha montato nel limbo distopico del lockdown (sottotitolo: come imparammo ad amare la pandemia). Altro saggio di abilità narrativa: 6.25 minuti in crescendo, nei quali la voce pulita, duttile dell'autore non nomina mai il virus. Lascia che lo faccia la mitragliata di sequenze telegiornalistiche montata