USA, ISIS-K e l'Afghanistan che non abbiamo potuto conoscere



Sui convulsi eventi afgani, ci pare interessante pubblicare in traduzione due articoli recentemente apparsi su MintPress. Il primo (Did the US Support the Growth of ISIS-K in Afghanistan?) è di Alex Rubinstein, reporter indipendente su Substack. Nel suo pezzo, del 30 agosto, esamina la storia dell'ISIS-K all'indomani dell'attentato di Kabul esplorando le contraddizioni della versione americana sulla presenza di gruppi terroristici in Afghanistan e le posizioni di Russia, Siria e Iran. Il secondo articolo, On Propaganda and Failed Narratives: New Understanding of Afghanistan is a Must, a firma di Ramzy Baroud (ricercatore e redattore di The Palestinian Chronicle), solleva invece interrogativi più generali circa l'immagine che l'Occidente ha costruito dell'Afghanistan in oltre vent'anni: immagine che si è di fatto sgretolata sotto il peso dei fatti più recenti, riaprendo il nodo di una narrazione nazionale afgana autonoma.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto la crescita dell'ISIS-K in Afghanistan?


L'elenco di governi, ex funzionari governativi e organizzazioni operanti nella regione che hanno accusato gli Stati Uniti di sostenere l'ISIS-K è ampio e comprende il governo russo, il governo iraniano, i media del governo siriano, Hezbollah, un gruppo militare iracheno sponsorizzato dallo Stato e persino l'ex presidente afghano Hamid Karzai, che ha definito il gruppo uno "strumento" degli Stati Uniti, come ha recentemente osservato il giornalista Ben Norton caratterizzando Karzai come "un ex burattino degli Stati Uniti che in seguito si è rivoltato e conosce molti dei loro segreti". Quindi cos'è esattamente ISIS-K e quale la sua storia? La variante afghana dell'ISIS è diventata un nome familiare durante la notte a seguito di un attentato suicida all'aeroporto di Kabul che ha ucciso più di 170 persone e ne ha ferite oltre 200: la storia del gruppo richiede dunque un nuovo esame.


Già a maggio avevo scritto via Twitter: «Immagino di non essere l'unico ad aspettarmi una cosiddetta "ascesa dell'ISIS" in Afghanistan nel prossimo futuro». Lo avevo scritto perché gli attacchi terroristici di massa sono ripetutamente usati dagli USA come giustificazione per continuare le loro occupazioni di paesi stranieri (la "missione antiterrorismo" o la "minaccia terroristica"), ed è passato molto tempo da quando i talebani rivendicavano atti di questo tipo. Infatti, nell'agosto 2016 – poco più di cinque anni fa – il portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid diceva ai media iraniani che i talebani «in cooperazione con la nazione» avevano impedito «al gruppo terroristico di prendere piede in Afghanistan».


L'argomento più forte a favore di un ritiro degli Stati Uniti proposto dall'amministrazione Biden era che gli Stati Uniti avessero completato la loro missione antiterrorismo in Afghanistan. L'attacco dell'ISIS-K all'aeroporto di Kabul fa crollare questo argomento e quindi avvantaggia coloro che preferirebbero vedere l'Afghanistan permanentemente occupato dagli Stati Uniti.


Peraltro non si tratta neppure di azioni di un gruppo terroristico calcolatore: perché commettere violenza di massa in un momento così critico? Perché farlo quando tutti gli occhi sono puntati sull'Afghanistan, e molti al Pentagono e nella NATO stanno cercando qualche pretesto per invadere di nuovo? Clarissa Ward della CNN è stata persino in grado di intervistare un «comandante anziano dell'ISIS-K» due settimane prima dell'attacco in questione. Il «comandante» aveva dichiarato alla CNN che il gruppo era «sdraiato e in attesa del suo momento per colpire». Mentre il governo sostenuto dagli Stati Uniti era ancora al potere a Kabul, il «comandante» dell'ISIS-K diceva alla Ward che non sarebbe stato «un problema per lui superare i checkpoint e arrivare direttamente nella capitale». E aveva perfino lasciato che la troupe della CNN filmasse il suo ingresso in città. In quell'assurda intervista, la CNN si è seduta in una stanza d'albergo con il presunto leader dell'ISIS-K e ha protetto la sua identità. La Ward gli ha fatto domande ridicolmente anticipatorie come: «Siete interessati, in definitiva, a compiere attacchi internazionali?»


In risposta a una domanda sui piani di espansione dell'ISIS-K in Afghanistan a seguito di un ritiro degli Stati Uniti, il «comandante» aveva detto: «Attualmente, invece di operare, ci siamo dedicati solo al reclutamento, per sfruttare l'opportunità e reclutare. Ma quando gli stranieri e le persone del mondo lasceranno l'Afghanistan, potremo riprendere le nostre operazioni». Cosa è cambiato?


Questo non vuol dire che l'attacco ISIS-K sia stato certamente un false flag, ma ci sono molti buchi nella narrazione che richiedono un esame. Vale la pena notare qui che gli Stati Uniti erano responsabili della sicurezza dell'aeroporto fino al 31 agosto, mentre i talebani controllavano l'area circostante. Inoltre, gli Stati Uniti avevano un'avanzata conoscenza dell'attacco: «A causa delle minacce alla sicurezza fuori dai cancelli dell'aeroporto di Kabul, stiamo consigliando ai cittadini statunitensi di evitare di recarsi all'aeroporto e di evitare i gate dell'aeroporto in questo momento» - si legge in un avviso di sicurezza sul sito web dell'ambasciata degli Stati Uniti in Afghanistan datato 25 agosto - e «i cittadini statunitensi che si trovano all'Abbey Gate, East Gate o North Gate ora dovrebbero andarsene immediatamente». Anche Gran Bretagna e Australia hanno diramato analoghi avvertimenti circa, rispettivamente, una «alta minaccia di attacco terroristico» e una «minaccia molto alta di un attacco terroristico».


Il giorno seguente, un attentatore suicida si è fatto esplodere e ha causato decine di morti. Inoltre, secondo quanto riferito, le forze statunitensi hanno sparato anche a un gran numero di persone: «Molti con cui abbiamo parlato, compresi testimoni oculari, hanno detto che un numero significativo di persone sono state uccise dalle forze statunitensi nel panico dopo l'esplosione», ha twittato il corrispondente della BBC Secunder Kermani, inviato in quella zona. Il giorno dopo l'attacco, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha annunciato: «Le forze militari statunitensi hanno condotto oggi un'operazione antiterrorismo oltre l'orizzonte contro un pianificatore ISIS-K. L'attacco aereo senza equipaggio si è verificato nella provincia di Nangarhar in Afghanistan».


In breve, gli Stati Uniti sapevano che stava arrivando un attacco, l'attacco è avvenuto, e nel giro di 24 ore hanno annunciato di aver ucciso il colpevole, dicendo: «le prime indicazioni sono che abbiamo ucciso l'obiettivo». Poi, sabato, le forze statunitensi hanno demolito una base della CIA nel paese.


Questi fatti ci offrono più domande che risposte. Perché gli Stati Uniti non sono stati in grado di prevenire l'attacco? Anche dando alla comunità militare e d'intelligence il beneficio del dubbio, ammettendo che non sapessero chi avrebbe attaccato e quindi non potessero impedirlo, come hanno fatto a capirlo così rapidamente dopo l'attacco? Se è stata la CIA a fornire queste informazioni (ipotesi più che probabile), perché allora i militari stanno distruggendo proprio le infrastrutture della CIA, ossia quelle che potrebbero plausibilmente svolgere un ruolo nell'aiutare a comprendere la situazione? La domanda è particolarmente preoccupante considerando che, meno di poche ore prima che il New York Times riferisse che le truppe statunitensi avevano distrutto una base della CIA, il presidente Biden aveva detto di essere stato informato dai comandanti militari che un altro attacco all'aeroporto sarebbe stato «altamente probabile» nelle successive 24-26 ore.


Come osservato venerdì [27 agoisto, n.d.t.] dal ricercatore e commentatore Hadi Nasrallah, il leader del gruppo di resistenza in Medio Oriente Hezbollah «ha affermato che gli Stati Uniti hanno usato elicotteri per salvare i terroristi dell'ISIS dal completo annientamento in Iraq e li hanno trasportati in Afghanistan per mantenerli come insorti in Asia centrale contro Russia, Cina e Iran». Ed Hezbollah non è il primo attore nell'area ad accusare gli Stati Uniti di aver istituito una ratline tramite voli in elicottero verso l'Afghanistan per l'ISIS: la Russia e l'Iran, che confina con l'Afghanistan, lo dicono da tempo.


Come ha notato Hadi Nasrallah, Siria e Iraq hanno detto più o meno lo stesso: i media statali siriani SANA hanno riportato nel 2017 che gli elicotteri statunitensi avevano trasportato «tra 40 e 75 militanti dell'ISIS da Hasakah, nel nord della Siria, in una "zona sconosciuta"». E - sottolinea ancora Hadi Nasrallah - «la stessa cosa è stata riportata per anni in Iraq dalle [Forze di mobilitazione popolare irachene] insieme alle notizie secondo cui gli elicotteri statunitensi avrebbero sganciato aiuti per l'ISIS».


Nel 2017 e nel 2018 i funzionari iraniani e russi hanno posto domande di loro competenza. Il capo di stato maggiore iraniano Mohammad Hossein Baqeri ha accusato gli Stati Uniti di «trasferire membri del gruppo terroristico Daesh (ISIS o ISIL) in Afghanistan dopo le loro sconfitte in Iraq e Siria» all'inizio di febbraio del 2018. «Gli americani indicano (l'esistenza) di tensioni nella regione dell'Asia sud-occidentale come scusa per la loro presenza nella regione» ha detto ai giornalisti.


Il mese successivo, Mohammad Javad Zarif, ministro degli Esteri iraniano di lunga data, che ha lasciato l'incarico all'inizio di quest'anno, dichiarò: "«Vediamo dall'intelligence, così come dai resoconti dei testimoni oculari, che i combattenti Daesh, i terroristi, sono stati trasportati in aereo dalle zone di battaglia, salvati dalle zone di battaglia, anche recentemente dalla prigione di Haska [Meyna]». Iran e Russia avevano «costantemente sostenuto» che elicotteri non contrassegnati stessero volando in regioni dell'Afghanistan dove l'ISIS aveva un punto d'appoggio. Ma come ha sottolineato Javad Zarif nel marzo 2018, questa volta, non si trattava «di elicotteri non contrassegnati. Erano elicotteri americani, che portavano i Daesh fuori dalla prigione di Haska. Dove li hanno portarti? Non lo sappiamo, ma vediamo il risultato. Vediamo sempre più violenza in Pakistan e una sempre maggiore violenza in Afghanistan, dal sapore settario».


Come ha scritto l'agenzia di propaganda del governo degli Stati Uniti Voice of America nel 2018, «il gruppo terroristico usa Nangarhar come base principale per lanciare attacchi altrove in Afghanistan». La stessa provincia che gli Stati Uniti hanno colpito con un drone senza pilota il giorno successivo all'attacco all'aeroporto.Voice of America ha anche notato che il consigliere per la sicurezza nazionale del governo afghano recentemente caduto ha offerto ai delegati russi e iraniani la possibilità di «indagini congiunte sulle accuse di elicotteri non contrassegnati che pilotano combattenti IS [IS] nelle zone di battaglia del paese».


Nel febbraio 2018, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva sollecitato gli Stati Uniti a rispondere nel merito: «Aspettiamo ancora dai nostri colleghi americani una risposta alle domande ripetutamente sollevate, domande sorte sulla base di dichiarazioni pubbliche fatte dai leader di alcune province afghane, secondo cui elicotteri non identificati, molto probabilmente elicotteri a cui la NATO in un modo o nell'altro è correlata, volano verso le aree in cui si trovano gli insorti, e nessuno è stato ancora in grado di spiegare le ragioni di questi voli», aveva dichiarato. «In generale [gli Stati Uniti] cercano di evitare risposte a queste domande legittime». Più tardi, nello stesso mese, Lavrov era tornato sulla questione: «Secondo i nostri dati, la presenza dell'IS nell'Afghanistan settentrionale e orientale è piuttosto seria. Ci sono già migliaia di uomini armati». E ancora: «Siamo allarmati perché, sfortunatamente, l'esercito degli Stati Uniti e della NATO in Afghanistan fa ogni sforzo per mettere a tacere e negare [la presenza dell'ISIS in Afghanistan]».


Quei misteriosi voli notturni in elicottero avevano perfino fatto inarcare qualche sopracciglio nel governo fantoccio degli Stati Uniti, ora caduto. Nel maggio 2017 un funzionario locale nella provincia di Sar-e-Pul aveva detto che due elicotteri militari erano atterrati nel cuore della notte. «Secondo il rapporto che abbiamo ricevuto dal 2° battaglione dell'esercito nazionale afghano, che combatte sulla prima linea del fronte a Sar-e-Pul, due elicotteri militari sono atterrati in una roccaforte del nemico alle 8 di sera di giovedì scorso»: così dichiarava Mohammad Zahir Wahdat, il governatore della provincia, ai media afghani.


Dopo i commenti di Lavrov nel 2018, il generale John Nicholson, comandante della missione della NATO in Afghanistan, aveva detto che la Russia stava esagerando la minaccia dell'ISIS in Afghanistan: «Vediamo utilizzare una narrazione che amplifica grossolanamente il numero di combattenti Isis [gruppo Stato islamico] qui» dichiarava alla BBC. «Questa narrazione viene quindi usata come giustificazione dai russi per legittimare le azioni dei talebani». Punto di discussione, questo, che è stato rafforzato dal capitano della Marina Tom Gresbeck, direttore degli affari pubblici della missione NATO in Afghanistan, il quale ha affermato che le forze statunitensi non avevano «alcuna prova di una migrazione significativa di combattenti stranieri IS-K»: «Vediamo combattenti locali che cambiano alleanza per unirsi all'ISIS per vari motivi, ma la narrativa russa esagera grossolanamente il numero di combattenti dell'ISIS che si trovano nel paese». Pare che in settimana gli Stati Uniti potrebbero doversi rimangiare le loro parole.


Alex Rubinstein [traduzione a cura di Gavino Piga]



Propaganda e narrazioni fallite: una nuova comprensione dell'Afghanistan è essenziale

Per vent'anni due narrazioni dominanti hanno plasmato la nostra visione dell'invasione illegale e dell'occupazione dell'Afghanistan da parte degli Stati Uniti, nessuna delle quali sarebbe disposta ad accettare l'uso di termini come «illegale», «invasione» e «occupazione».


L'inquadramento dell'«intervento militare» degli Stati Uniti in Afghanistan, a partire dal 7 ottobre 2001 - inizio ufficiale di quella che è stata definita «guerra al terrore» globale - è stato lasciato quasi interamente nelle mani degli strateghi del governo statunitense. L'allora presidente George W. Bush, il suo vicepresidente Dick Cheney, il suo segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, nonché un esercito di portavoce, "intellettuali" neoconservatori, giornalisti e così via, hanno sostenuto l'opzione militare come modo per liberare l'Afghanistan dai suoi terroristi e rendere il mondo un posto sicuro. E - ulteriore bonus - per portare la democrazia in Afghanistan e liberare le sue donne oppresse. Per tutti costoro la guerra USA in un paese già dilaniato dalla guerra ed estremamente impoverito era una causa giusta, forse violenta a volte ma alla fine umanitaria.


Un'altra narrazione, anch'essa occidentale, ha sfidato l'approccio gung-ho (*) usato dall'amministrazione Bush, sostenendo che la democrazia non può essere imposta con la forza. Ha ricordato a Washington l'approccio multilaterale di Bill Clinton alla politica internazionale, ha messo in guardia contro lo stile "taglia e fuggi" della politica estera in Afghanistan, Iraq o altrove.


Sebbene le due narrazioni potessero sembrare talora in contrasto fra loro, in realtà accettavano entrambe la premessa fondamentale, cioè che gli Stati Uniti fossero in grado di essere una forza morale, in Afghanistan e altrove. Che quanti si definiscano "contro la guerra" se ne rendano conto o meno, anche loro sottoscrivono la stessa nozione di eccezionalismo americano e di "destino manifesto" che Washington continua ad assegnarsi. La principale differenza tra le due narrazioni concerne la metodologia e l'approccio, non se gli Stati Uniti abbiano il diritto di "intervenire" o meno negli affari di un altro paese, che sia per "sradicare il terrorismo" o per aiutare presumibilmente una popolazione vittima, incapace di aiutarsi da sé e alla disperata ricerca di un salvatore occidentale. Eppure l'umiliante sconfitta subita dagli Stati Uniti in Afghanistan dovrebbe ispirare un modo di pensare completamente nuovo, che sfida tutte le narrazioni occidentali, senza eccezioni, circa Afghanistan e il resto del mondo.


Ovviamente, gli Stati Uniti hanno fallito in Afghanistan non solo sotto il profilo militare e politico (per non parlare in termini di "costruzione dello stato" e via dicendo): le narrazioni statunitensi-occidentali sull'Afghanistan sono state di per sé un fallimento. I media mainstream, che per due decenni hanno parlato di quel Paese con un palpabile senso di urgenza morale, ora sembrano confusi. E confusi sono anche gli "esperti" statunitensi, così come la gente comune, riguardo alla frettolosa ritirata da Kabul, al sanguinoso caos all'aeroporto e prima ancora al motivo per cui gli Stati Uniti erano in Afghanistan. Nel frattempo, gli "interventisti umanitari" sono più preoccupati del "tradimento" perpetrato da Washington ai danni del popolo afghano lasciato al proprio destino, come se gli afghani fossero esseri irrazionali senza alcuna volontà autonoma, o come se il popolo afghano abbia invitato gli americani a invadere il proprio Paese o abbia "eletto" i generali americani come loro rappresentanti democratici.


La propaganda USA-Occidente, che ha afflitto la nostra comprensione collettiva dell'Afghanistan per oltre vent'anni, è stata così opprimente che siamo rimasti privi della possibilità di capire anche minimamente le dinamiche che hanno portato alla rapida conquista del Paese da parte dei talebani. Questo gruppo è presentato dai media come se fosse del tutto estraneo al tessuto socio-economico dell'Afghanistan, ed è perciò che la sua vittoria finale è sembrata non solo scioccante ma anche estremamente confusa.


Per vent'anni, le pochissime cose che abbiamo saputo dei talebani ci sono state comunicate attraverso le analisi dei media occidentali e le valutazioni dell'intelligence militare. Mentre il punto di vista dei talebani era completamente rimosso da qualsiasi discorso politico relativo all'Afghanistan, una narrativa nazionale afghana alternativa è stata attentamente costruita dagli Stati Uniti e dai suoi partner della NATO. I suoi fautori erano gli "afghani buoni" - ci è stato detto - cioè quelli che vestivano all'occidentale, parlavano inglese, partecipavano a conferenze internazionali e, presumibilmente, rispettavano le donne. Ed erano, sempre questi, anche gli afghani che avevano accolto con favore l'occupazione statunitense del loro paese, poiché avevano beneficiato notevolmente della generosità di Washington. Ecco, se quei "buoni afghani" rappresentavano veramente la società afghana, perché il loro esercito di 300.000 uomini ha abbandonato le armi ed è fuggito dal Paese insieme al proprio presidente, senza combattere seriamente? E se i 75.000 talebani scarsamente armati e talora malnutriti sembravano semplicemente rappresentare se stessi, perché sono riusciti a sconfiggere nemici formidabili nel giro di pochi giorni?


Non ci può essere dubbio sul fatto che una potenza militare inferiore come quella dei talebani non avrebbe potuto perseguire, e alla fine vincere, una guerra così brutale nel corso di molti anni senza un sostanziale sostegno di base da parte del popolo afghano in vaste aree del paese. La maggior parte delle reclute talebane che sono entrate a Kabul il 15 agosto erano bambini, o non erano nemmeno nati, quando gli Stati Uniti invadevano il loro paese, tanti anni fa. Cosa li ha spinti ad armarsi? Per combattere una guerra apparentemente invincibile? Uccidere ed essere uccisi? E perché non si sono uniti al business più redditizio del lavoro per conto degli americani, come molti altri hanno fatto? Stiamo appena iniziando a capire la narrativa dei talebani, poiché i loro portavoce stanno lentamente comunicando un discorso politico che è quasi del tutto sconosciuto alla maggior parte di noi. Un discorso che non ci è stato permesso ascoltare, con cui non abbiamo potuto interagire, che non ci è stato permesso capire.


Ora che gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO stanno lasciando l'Afghanistan, incapaci di giustificare o addirittura spiegare perché la loro presunta missione umanitaria ha portato a una sconfitta così imbarazzante, al popolo afghano resta la sfida di tessere la propria narrativa nazionale, che deve trascendere i talebani e i loro nemici per includere tutti gli afghani, indipendentemente dalla loro identità politica o ideologica.

L'Afghanistan ha ora urgente bisogno di un governo che rappresenti veramente il popolo di quel paese. Deve concedere diritti all'istruzione, alle minoranze e ai dissidenti politici non per acquisire un cenno di approvazione occidentale, ma perché il popolo afghano merita di essere rispettato, curato e trattato equamente. Questa è la vera narrazione nazionale che deve essere coltivata al di fuori dei confini dell'auto-egoistica, ed errata, caratterizzazione occidentale dell'Afghanistan e del suo popolo.


(*) espressione derivata dal cinese per indicare un atteggiamento eccessivamente entusiastico.


Ramzy Baroud [traduzione italiana a cura di Gavino Piga]