Un uomo per tutte le stagioni



Le ultime elezioni politiche hanno visto il successo in contemporanea, ma non immediatamente collegato, delle due forze maggiormente critiche del sistema, il Movimento 5 Stelle e la Lega. In mezzo le classiche forze centriste in più salse e l'ambiguità di un centro destra il cui vecchio leader, che rifiuta di andare in pensione, ha sempre favorito soluzioni di compromesso con la sponda (apparentemente) avversaria. Dopo un primo tentativo da parte del PD di governare avendo perso le elezioni, queste due forze si sono unite nella maggioranza definita giallo-verde, la cui guida è stata affidata a Giuseppe Conte.


Chi fosse allora Conte è ancora da chiarire, salvo si voglia credere che nell'attuale scenario politico si possa davvero passare dall'essere un professore universitario sconosciuto e politicamente inattivo al fare il presidente del Consiglio. Preso l'incarico, Conte si è presentato come un populista, portando anche una ventata di aria fresca intorno al nome. Declassato a insulto, versione smart del vecchio qualunquista, il termine ha invece una lunga tradizione, in alcuni casi – se pensiamo ad esempio al People's Party americano – di grande prestigio democratico. Così presentandosi, Giuseppe Conte sembrava dirci che dopo anni e anni di scelte fatte dagli optimates, fosse il caso di rivendicare uno spazio per i populares, la cui affermazione elettorale era indubbia.


Così è andato avanti per diversi mesi, senza mai però esporsi più di tanto, sempre attento a figurare come mediatore e a non dirsi grillino. Professore di diritto, “avvocato del popolo”: colui, cioè, che garantisce che la volontà popolare venga rispettata e che riconduce a questa volontà anche una, pur moderata, critica dell'ordinamento e dell'ortodossia europeista. Nell'estate del 2019, però, una crisi di governo che è misteriosa tanto quanto le origini del nostro personaggio, ha portato il PD là dove non era riuscito all'indomani delle elezioni: a governare pur avendo perso quella battaglia. I voti che molti simpatizzanti, non militanti, avevano riversato sul Movimento proprio contro il PD servivano ora a reggere un governo composto anche dal PD, insieme al sempre vivo Matteo Renzi, nemico numero uno anche di quei, pochi, Cinque Stelle di sinistra che nel Movimento hanno visto la leva per rispingere il PD sulla giusta strada dopo la sbandata renziana.


Dopo qualche giorno molto confuso, e dopo le prime veementi opposizioni da parte della componente di sinistra della nascente maggioranza, Giuseppe Conte emergeva ancora come capo del Governo. Nella stessa legislatura, il fu-sconosciuto-professore si trovava, caso unico nella storia italiana, a guidare due diversi governi composti da forze antitetiche. Con-la-Lega prima, Con-il-PD dopo, Con-te soltanto nel 2020. Niente di irregolare dal punto di vista costituzionale, tutto assurdo dal punto di vista politica. Le riforme portate avanti dal primo governo Conte erano state osteggiate con veemenza proprio da quelle forze politiche che componevano il secondo governo Conte. Svestiti i panni populisti, il presidente si mostrava ora progressista.


Arrivata però la pandemia da Covid19 nel 2020, Conte accentrava in sé il massimo dei poteri dai tempi del Ducione. Lo stato di emergenza, il governo mediante decreto, severissime e fino ad allora impensabili limitazioni delle libertà personali, conferenze stampa a profusione, un apparato mediatico amico e mai contraddittorio. Con la mascherina anche in una stanza vuota, Conte è diventato per i più convinti sostenitori delle misure di contenimento l'uomo che ci aveva letteralmente salvato la vita. Fu qui che il Movimento trovò in lui il nuovo leader carismatico, e fu qui che lui portò il Movimento a sinistra.


Finita la stagione del populismo, ecco quella del progressismo, anche se in una inquietante salsa cinese. Soprattutto, fu qui che il populista euroscettico divenne europeista convinto, ritratto dal suo giornale più fedele, Il Fatto Quotidiano, con un assegnone da concorso televisivo strappato all'Europa per portarci sulla luminosa strada dell'avvenire.


Ma i powers-that-be avevano bisogno di un'altra figura nel posto di comando, ed ecco emergere Mario Draghi, già ampiamente annunciato, è necessario puntualizzare. Conte l'ex populista, Conte l'europeista era ora Conte l'imprescindibile. Di fronte alle rimostranze di Matteo Renzi e alla volontà del capo dello Stato di non tornare alle urne per non rischiare l'ecatombe (umanitaria disse lui, elettorale verrebbe però da pensare), PD e Movimento puntava i piedi sul professor Conte: o lui o nulla. Rapidamente però le sue quotazioni crollarono, si organizzò il governo di unità nazionale con a capo il professor Draghi. Ecco Conte farsi da parte, con un'ultima conferenza stampa su un triste banchetto in piazza, ma sempre mascherato: sic transit gloria mundi.


Permaneva però la convinzione, da parte dei Cinque Stelle e dello stesso Grillo, che solo attraverso Conte potesse rinascere il Movimento. C'era anche qualcuno, tenerone, che era convinto che Con Te si vincessero facilmente le elezioni perché aveva avuto un milioni di like su Facebook. Conte sparisce, la sua luna di miele coi media, Fatto escluso, finiva e veniva surclassata dal nuovo amore per Mario Draghi. Eccolo rispuntare con un nuovo statuto del Movimento, idee nuove, spinte avanti dall'apparatchik grillino, quello che ha gran voglia di un terzo mandato. Sono le prime idee che Conte propone di suo: è cioè la prima volta, in due anni di carriera politica, che ci dice cosa pensa davvero, quali sono i suoi ideali politici, anche se lo fa con formule molto vaghe.



Grillo lo boccia brutalmente: l'imprescindibile non ha visione politica né capacità manageriali. Sembra finita, e invece tutto è risanato, rispunta dopo il compromesso con Grillo e con un nuovo, inquietante, logo del partito che annuncia una prospettiva: 2050. Ma soprattutto con la volontà di mettersi a lavorare insieme a Mario Draghi, quello per cui gli hanno fatto le scarpe. Mancano però tre decenni, tantissimo tempo per prendere tantissime altre posizioni, per il nostro professore. Populista, europeista, grillino, draghiano. Senza fare offesa a Tommaso Moro, Giuseppe Conte è davvero un uomo per tutte le stagioni. C'è da temere però che con Draghi al Quirinale e Conte a Palazzo Chigi, l'unica stagione che ci sembrerà di vivere sarà quella invernale.



Maurizio Cocco

Post recenti

Mostra tutti