Un segretario in cerca d'autore (e di giovani elettori)



Il rientro in Italia di Letta, perché guidasse nuovamente il PD, non aveva verosimilmente suscitato grandissimi entusiasmi, fuori e dentro il partito. Una forza politica in crisi di consensi e in cerca di una propria identità, dopo le recenti alleanze promiscue, poteva veder rilanciata la sua immagine grazie al grigio e posato ex Presidente del Consiglio, fatto fuori dal furbo compagno di partito, con quel “Enrico stai sereno” che è diventata proverbiale minaccia camuffata da moina?


Forse il nostro ha sentito il peso della scarsa convinzione di molti e si è buttato, lancia in resta, in una campagna aggressiva, volta a dare nuova verve all’azione politica del partito, quasi in polemica col partito stesso. Ha iniziato con il problema di un partito “incrostato di maschilismo” che necessitava di “gesti forti” per un cambio di passo, che lo rendesse credibile di fronte al Paese. Da qui la battaglia per avere due capigruppo donne, prima, e le dichiarazioni sull’auspicio di "lasciare nel partito, serenamente e tranquillamente, la leadership a una donna”, dopo. Con uguale fervore il neo segretario si è speso sugli altri due punti da lui considerati fondamentali: Ius Soli e Ddl Zan.


I risultati di cotanto fervore non sono tardati a manifestarsi: stando ai sondaggi, il partito di Giorgia Meloni è salito al 20% - superando i dem che hanno perso uno 0,5%, scendendo al 19% - ed è diventato, almeno nelle intenzioni di voto degli elettori, il secondo partito d’Italia dopo la Lega, scalzando dal podio il PD. Gli Italiani, evidentemente ancora troppo immaturi per la portata innovativa dell’azione di Letta e stancamente impelagati nel disastro pandemico, sembrano non aver apprezzato indirizzi e leitmotiv della nuova politica democratica.


A questo punto, verrebbe da pensare, qualcuno deve aver sussurrato all’orecchio dell’ex professore della facoltà di Sciences Politiques di Parigi il famoso appello morettiano “Dì qualcosa di sinistra!”. Si spiegherebbe così la proposta, lanciata nell’agone politico senza evidentemente alcun previo confronto, di innalzare le aliquote di successione e donazione di coloro che possono vantare un patrimonio superiore a 5 milioni di euro. Da tale misura - che interesserebbe l’1% della popolazione - scaturirebbero i fondi per assegnare una “dote” di 10.000 euro ai diciottenni italiani, da destinarsi ad un investimento per il loro futuro, riguardi esso lo studio, il lavoro o la creazione di una famiglia. Questa proposta ha scatenato un dibattito acceso, che non si è fermato neanche dopo il gelido stop di Draghi e ha investito le diverse e opposte concezioni dell’intervento dello Stato, della giustizia sociale e della redistribuzione della ricchezza.


Tutte impostazioni con cui, per formazione e matrice di pensiero, ci sentiamo profondamente affini… non fosse, tuttavia, che le stesse provengono dall’esponente di un partito che – tolta la parentesi del Governo giallo-verde – è stato alla guida del Paese pressoché ininterrottamente negli ultimi 10 anni, durante i quali avrebbe potuto attivarsi fattivamente per sostenere i giovani, il lavoro, la giustizia sociale e che invece si è votato a ben diverse e spesso opposte battaglie.



Saremo portati a pensare che compito della politica non sia quello di distribuire una tantum doti o gratifiche alle categorie più deboli e sfortunate, ma garantire loro il superamento di quelle situazioni che non potranno che mantenerli nella condizione di bisogno, una volta esaurita la contenuta mancia ricevuta. Riterremo che compito della politica sia non solo e non tanto redistribuire la ricchezza, ma anzitutto crearla, attraverso la tutela della produzione interna del Paese, del lavoro equamente retribuito e non precario, dell’attività di impresa, rispetto alla quale lo Stato non può comportarsi come mostro bipolare: contemporaneamente creditore intransigente e debitore insolvente.


Nel mentre che in tanti si sono impegnati con slancio nella disamina della proposta del novello Robin Hood in completo grigio, contestandone o avvallandone scopo e portata, ci siamo ricordati di un disegno di legge attualmente all’esame della Camera, in terza lettura, che prevede la modifica del requisito anagrafico per essere elettori del Senato, abbassando l’età dagli attuali 25 ai 18 anni. Un provvedimento di cui si parla molto poco, ma che riguarda circa quattro milioni e mezzo di giovani e un numero uguale di potenziali nuovi voti.


È lecito immaginare che Letta stia puntando a “corteggiare” questo nuovo bacino elettorale che si troverebbe ad esprimersi anche per il Senato? Crediamo di sì e, d’altronde, il nostro non ha fatto mistero del fatto che punta a riportare i giovani nel PD e che per lui questa sia "un'ossessione". Ricordiamo, peraltro, che sempre Letta ha anche ribadito "la necessità di concedere il diritto di voto ai 16enni" perché il "Paese ha bisogno di rafforzare la propria parte di elettorato che ha lo sguardo lungo".


Anche qui tanto ci sarebbe da scrivere su ciò che il suo partito ha fatto, anche in questi ultimi 14/15 mesi per giovani e giovanissimi, rispetto ai quali l’interessamento ossessivo di certa parte politica lascia intuire un giudizio non lusinghiero e semmai l’aspettativa di poter manovrare meglio, anche attraverso cadeau e strizzate d’occhio, le simpatie di categorie di elettori che ancora non hanno avuto modo di toccare con mano il disastro nella gestione della cosa pubblica che il partito porta aventi da un decennio. Giovani elettori naturalmente più sensibili a temi ridondanti e sovraesposti, quanto non impellenti, come l’inclusione, l’accoglienza, le istanze ecologiste, etc.


Ma, d’altronde, da anni c’è una parte politica che viene sistematicamente accusata di “parlare alla pancia” degli elettori. Perché l’altra non dovrebbe rivolgersi alla loro acerba emotività ed empatia? Magari passando dal loro portafoglio.



Federica Poddighe

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