Tragedia e speranza. L'economia secondo Quigley/1



I contenuti che seguono - a parte qualche raro commento di chi scrive - sono integralmente tratti dall’opera del professor Carroll Quigley, Tragedy and Hope. A history of the world in our time pubblicato per la prima volta a New York nel 1966. Si è cercato di cogliere alcune delle piccole “perle” di analisi economica che l'autore dispensa in modo sparso nel dispiegarsi del testo, sperando di fare cosa grata a molti. Non si è riusciti a compendiare tutto, e perciò si confida nella benevolenza di chi legge, sicuri comunque che questa potrà rappresentare un'ottima base per chi volesse approfondire. Tante saranno le analogie che potranno essere rinvenute tra i fenomeni e meccanismi di condotta descritti, e già accaduti, con le vicende contemporanee. Gli uomini che dimenticano o ignorano la propria storia e il proprio passato saranno condannati a ripeterne gli errori, divenendone servi e schiavi.


Un piccolo pensiero di chi scrive: il sistema capitalistico è stato a lungo e troppo male utilizzato. Eppure, un’equilibrata gestione delle forze ad esso congenite consentirebbe il raggiungimento, nonché la massimizzazione, di altissimi fini umani e sociali, senza per questo pregiudicare il fine del profitto che, nonostante l’effetto ridistributivo, risulterebbe comunque garantito. Giusto per ricordare, per chi finora ha tenuto in mano le redini del potere finanziario (e in ultimo del Potere per antonomasia), che il sovrano che fuori dal suo castello ha il nulla, non è un sovrano, è solo un prigioniero.


Il punto di forza del sistema capitalistico è che esso realizza una stretta interrelazione tra l’aspetto motivazionale dell’agire economico e l’interesse personale (perseguimento del profitto). Questo punto, però, se è fonte di forza, è al contempo anche foriero di debolezza, poiché un connotato motivazionale così incentrato su se stessi contribuisce facilmente ad una perdita di coordinazione economica. Infatti ogni individuo, proprio perché è così fortemente motivato nel perseguimento del proprio interesse (profitto personale), facilmente perde di vista il ruolo e l'impatto che le sue attività hanno nel sistema economico complessivo, e tende ad agire come se le proprie attività fossero l’intero, con inevitabile pregiudizio, invece, proprio dell’intero stesso.

In altri termini, la concentrazione del sistema capitalistico nel perseguimento esclusivo del profitto finisce per compromettere il profitto stesso.


Proprio a causa di ciò che ne rappresenta ed è il suo essenziale obiettivo (il profitto, appunto), il capitalismo non ha mai come fine ultimo o principale la produzione, il consumo, la prosperità, la piena occupazione, il benessere nazionale, l’edificazione morale o simili. Ognuno di questi aspetti, in regime capitalistico, è stato variamente perseguito o sacrificato a seconda del rapporto e della funzionalità che aveva in un dato momento rispetto al primo fine, ossia sempre il profitto.


La chiave del successo che questo sistema economico ha finora avuto (e che hanno avuto in particolare i suoi attori privilegiati) sta fondamentalmente nell’ignoranza dei più sul ruolo e sul funzionamento della moneta. Ciò ha consentito la creazione di un sistema mondiale di controllo finanziario concentrato in mani private, in grado di dominare il sistema politico di ogni paese e l’economia del mondo intero. Questo sistema è stato strutturato in modo tale da essere controllato, secondo un modello di tipo feudale, attraverso le banche centrali del mondo che agiscono di concerto tra loro. L’apice fu la creazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (Bank of International Settlements – BIS) a Basilea, in Svizzera: una banca privata posseduta e controllata dalle banche centrali del mondo, esse stesse private (o privatizzate o suscettibili di controllo privato). E tale sistema è stato in grado di dominare i governi degli Stati attraverso il controllo dei prestiti alle loro tesorerie (e tramite questi, del debito pubblico), la manipolazione dei tassi di cambio, l’influenza sull’attività economica all’interno degli Stati e su politici conniventi ripagati con gratifiche nel mondo degli affari.


La caratteristica dei soggetti protagonisti di questo “Impero” è quella di considerare quale oggetto precipuo della “ricchezza” non i beni ma la moneta. Di norma, ogni qual volta essi hanno investito i loro capitali nell’economia “reale”, in attività cosiddette produttive di beni o servizi (ad esempio la costruzione di una ferrovia), è stato non al fine della produzione e dello scambio di questi, ma per trasformare quelle attività in titoli (di vario genere, sino ad arrivare ai costrutti più complessi di “ingegneria finanziaria”, già noti agli investitori della fine del XIX° secolo: a noi è più noto il nome di Barnard Madoff, ma a cavallo degli anni ’30 risuonava alto il nome di Ivan Kreuger, soprannominato “The Match King”….). Titoli spendibili sul mercato finanziario e con finalità puramente speculative (da qui anche la forte pressione alla quotazione in borsa di ogni genere di attività): in sostanza, un ulteriore metodo per creare denaro dal nulla in aggiunta a quello messo a punto attraverso il credito mediato dal sistema bancario. Il fatto che poi tali attività generassero anche la produzione e lo scambio di particolari beni o servizi (es. trasporto di beni per le ferrovie) rappresentava solo un aspetto incidentale.


Questo tipo di impostazione determina un rovesciamento degli equilibri in favore di un’economia concepita in termini esclusivamente finanziari, con contestuale demolizione di tutto quanto attiene all’economia reale e al rispetto dei valori etico-sociali. E si basa su un “equivoco” di fondo circa il rapporto beni-moneta (lo stesso che, portato all’estremo dai protagonisti di questo ribaltamento, e a loro esclusivo profitto, sta provocando, come già in passato a cavallo tra il XIX° ed il XX° secolo, gli scenari devastanti che ci si dispiegano dinnanzi).


In termini essenziali la vera natura del rapporto beni-moneta è la seguente, I beni sono la ricchezza che si possiede, mentre la moneta è solo rappresentativa di una ricchezza (beni) che non si possiede. I beni sono un’attività (asset), la moneta è un debito. Se i beni sono ricchezza, la moneta è non-ricchezza, o ricchezza negativa, o persino anti-ricchezza.


Beni e moneta si comportano in maniera contrapposta, in quanto essi usualmente si muovono in direzioni opposte. Se il valore degli uni sale quello dell’altra scende, e nella stessa proporzione. Il valore dei beni espresso in moneta è chiamato “prezzo”, mentre il valore della moneta espresso in beni lo chiameremo semplicemente “valore”. I beni si spostano dalle aree in cui i prezzi sono bassi a quelle in cui i prezzi sono alti, mentre la moneta si sposta da aree in cui i prezzi sono alti verso aree in cui i prezzi sono bassi, perché i beni hanno maggior valore dove i prezzi sono alti e la moneta ha maggior valore dove i prezzi sono bassi.


I prezzi dei beni dipendono da cinque fattori. Innanzitutto: a) l’offerta e la domanda di beni; b) l’offerta e la domanda di moneta; c) la velocità di scambio tra moneta e beni (velocità di circolazione). Se la domanda di beni, l'offerta di moneta e la velocità di circolazione subiscono un incremento, il prezzo dei beni è spinto verso l'alto e il valore della moneta verso il basso (inflazione): questa inflazione è sgradita ai banchieri, mentre è gradita ai produttori e ai commercianti. Seguendo il procedimento inverso, un decremento degli stessi tre fattori produce un effetto deflazionistico: ciò è gradito ai banchieri, mentre preoccupa i commercianti e piace, invece, ai consumatori, perché possono ottenere più beni con meno moneta. Gli altri fattori operano nella direzione opposta: così, un incremento nell’offerta di beni, nella domanda di moneta e un rallentamento nella circolazione o negli scambi, producono effetti deflazionistici.


L’aumento dei prezzi ha in genere incoraggiato la crescita dell’attività economica, in particolare la produzione di beni. Inoltre, le variazioni dei prezzi sono servite a ridistribuire la ricchezza all’interno del sistema economico. L’inflazione - in particolare un lento e stabile ritmo di crescita dei prezzi - incoraggia i produttori, perché ciò comporta che essi possono confidare di trovarsi ad affrontare costi di produzione ad un dato livello dei prezzi (in fase di produzione), per poi offrire il prodotto finito in vendita ad un livello di prezzo comunque più alto, il che gli consente di poter contare su un margine di profitto abbastanza certo.

Di contro, la produzione viene scoraggiata in un periodo di caduta dei prezzi (deflazione), a meno che il produttore non si trovi nella situazione, decisamente inusuale, in cui i suoi costi di produzione precipitino più rapidamente dei prezzi del suo prodotto.


Ancora, l’aumento dei prezzi avvantaggia i debitori e danneggia i creditori: la moneta che viene ripagata al momento del saldo del debito infatti vale meno, poiché al momento del pagamento (che è successivo alla data di contrazione del debito) a causa dell’inflazione la stessa quantità di moneta equivale a una quantità inferiore di beni e servizi. Di contro il creditore (ad esempio una banca) che ha prestato il danaro - equivalente ad una certa quantità di beni e servizi - ad un dato livello dei prezzi, riceverà, al momento del saldo, la stessa quantità di moneta, che però, al momento della restituzione, corrisponderà ad una minore quantità di beni e servizi in quanto, ad un livello dei prezzi più alto, la moneta restituita avrà un valore inferiore.


La caduta dei prezzi (deflazione) provoca esattamente l’opposto. Questo è il motivo per cui i banchieri, in quanto creditori non di beni, ma di moneta, sono sempre stati e sono ossessionati dal mantenimento del valore della moneta (stabilità dei prezzi, moneta “forte”). La motivazione che essi hanno tradizionalmente dato per questa “ossessione”, ossia che la moneta forte garantisce un clima di fiducia e affidabilità negli affari, è essenzialmente propagandistica piuttosto che dotata di qualche fondamento. Ed è sempre questo il motivo della loro uguale “ossessione” per il controllo della massa monetaria (con predilezione per la riproduzione di condizioni da gold-standard), per i bilanci degli Stati in pareggio, la rigidità dei tassi di cambio [es.: serpente monetario, Sme, area euro], la riduzione delle tasse [es. il costante richiamo odierno alla riduzione del c.d.“cuneo fiscale”] e della spesa pubblica, la parità dei prezzi e la deflazione, nonchè per la cessazione di ogni interferenza dello Stato nell’attività economica, sia interna che internazionale.

La verità è che l’inflazione diventa un problema quando è associata alla distruzione dell’economia reale. Tecnicamente, quando l’offerta di moneta viene accresciuta più velocemente dell’offerta di beni e della domanda degli stessi.


Ad esempio, in Europa all’indomani della prima guerra mondiale la popolazione riceveva denaro per produrre beni di consumo, beni strumentali e materiale bellico, ma per lo più poteva spendere il proprio denaro solo per comprare beni di consumo, dal momento che beni strumentali e materiale bellico non formavano esattamente oggetto di offerta al “pubblico”, ossia non entravano nel mercato. Quando i governi spostarono la produzione dai beni di consumo, riducendone l’offerta (cosicchè si determinò un aumento della relativa domanda e dei corrispondenti prezzi, data la scarsità dei beni richiesti), in favore delle altre due tipologie di beni, il problema della crescita dei prezzi (inflazione) divenne acuto. Esso, inoltre, si intrecciò a spirale con il problema del debito pubblico, il quale peggiorò, perché i governi stavano finanziando larga parte delle loro attività attraverso il credito bancario, come già, sostanzialmente nello stesso modo, avevano precedentemente finanziato la guerra da poco terminata.


In realtà l’inflazione può essere affrontata secondo tre soluzioni possibili: a) aumentando la produzione di beni (ricchezza reale); b) diminuendo la massa monetaria (deflazione); o c) attraverso la svalutazione.


Adottando le prime due opzioni si ottiene un abbassamento del livello dei prezzi, ma con effetti e ripercussioni ben differenti. In particolare, aumentando la produzione di beni si avrà un incremento della prosperità ed una consistente crescita nello standard di vita. Diminuendo la massa monetaria, invece, si avrà depressione e caduta dei livelli di benessere. Il terzo metodo (svalutazione) consiste, essenzialmente, in un riconoscimento ed accettazione della situazione di fatto esistente: lasciando in sostanza inalterato il livello dei prezzi, esso determina una riduzione del valore della moneta con differenti parità nei tassi di cambio, ma rende possibile prosperità e crescita degli standard di vita, insieme al consolidamento della redistribuzione di ricchezza dai creditori ai debitori causata dall’inflazione.


La svalutazione è sempre stata rigettata dai teorici ortodossi, e nessuno poteva vedere come ottenere un incremento della produzione (ricchezza reale): così per la maggior parte delle persone sembrava assiomatico che l’unico rimedio all’inflazione fosse la deflazione (il secondo dei metodi indicati). Soprattutto perché i banchieri guardavano ad essa come un qualcosa di buono in sé, per il motivo prima illustrato. Inoltre, la deflazione, come metodo per risolvere l’inflazione, si accompagnava alla tassazione come soluzione al debito pubblico, senza che i teorici si fermassero a pensare a quali effetti entrambe avrebbero avuto sulla produzione e sulla prosperità del mondo.


Il problema del debito pubblico, difatti, è nato dal fatto che, come la moneta e il credito, esso non era sotto il controllo dello Stato o della comunità, ma era controllato da istituzioni finanziarie che alimentavano l’indebitamento [e così è ancora oggi, in maniera pesantemente aggressiva]. Un esempio: allo scoppio della prima guerra mondiale l’atteggiamento dei banchieri si rivelò molto chiaramente in Inghilterra, dove ogni loro mossa era dettata dagli sforzi di proteggere la propria posizione e di trarre da questa profitto, piuttosto che da considerazioni riguardanti la mobilitazione economica in vista dell’entrata in guerra o il benessere della popolazione britannica... [1- Segue]


Paola Musu


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