Prima regola di Auschwitz



Prima regola di Auschwitz: mai rispettare le regole di Auschwitz. L’ho imparato a sedici anni leggendo Se questo è un uomo, ma dovevo essere già predisposto. Levi lo dice più e più volte: si è salvato chi ha disobbedito, chi non ha rispettato le regole del campo, che erano regole dure, ma chiarissime e, nel loro contesto, razionali.


«Molte sono le vie della salvezza, ma una sola è quella della perdizione: quella di chi rispetta le consegne, non mangia che la razione, non ruba». Tutti coloro che si sono salvati hanno rubato. E hanno rubato ad altri detenuti, oltre che all’amministrazione del campo. Questa è la via della salvezza ad Auschwitz. Levi racconta di un giorno in cui lui e uno di questi detenuti onesti dovettero scendere in un buco sottoterra a scavare. L’onesto scavava, lui buttava la terra di fuori. I ritmi del lavoro erano insostenibili, ma dipendevano dall’onesto che scavava forsennatamente. «Non era un collaborazionista, non agiva così per ingraziarsi i capi e nemmeno per paura: era la sua stupida onestà borghese, se l’era portata fin lì dentro, l’idea che uno quanto più lavora, tanto più guadagna e mangia». L’onestà uccide, ad Auschwitz.


Dice: ma noi non siamo ad Auschwitz. Anche Levi, nel suo secondo scritto, La tregua, la pensava ormai così. Nel mondo di fuori la prima regola di Auschwitz non vale e le regole si rispettano. Non si ruba, non si imbroglia. Lo smentì brutalmente il suo compagno di ritorno, a guerra finita, un ebreo di Salonicco che si era fatto due anni di Lager e non disse mai come. Il greco proponeva, anzi comandava di ricorrere, per uscire da non so quale guaio, non so quale furbata. I due erano ancora intrappolati in Unione Sovietica e ci avrebbero messo un anno a rientrare a casa, tra mille avventure. Levi esitava: la guerra era finita. «La guerra è sempre», gli rispose il greco.



Auschwitz è la regola, non l’eccezione. È l’illusione del progresso a convincerci del contrario. Levi stesso lo ammise a fine vita, col suo suicidio. Non si è mai capito il motivo del suicidio di Primo Levi, un ottimista che aveva scritto pagine piene di umorismo persino sulla sua esperienza più nera, e nei suoi racconti fantascientifici, di gran lunga i migliori del Novecento italiano e non solo. Ma in realtà lo ha spiegato lui stesso, nella sua ultima opera, I sommersi e i salvati. Si sentiva in colpa. Era stato anche sotto psicanalisi, con scarsi risultati, da un analista ebreo e a sua volta scampato al Lager. In colpa per che cosa? Per essere sopravvissuto grazie alla sua disonestà. «Tutti, senza eccezione, avevamo rubato. E si ha un bel dire che lo fai per necessità: rubare è sempre rubare, e chi ruba è un ladro». Levi è stato ucciso dal ritorno della sua etica borghese, che lo ha ripreso nel pacioso dopoguerra, mentre lo abbandonava la saggezza, e lo ha assediato per quarant’anni. Levi è stato ucciso dal suo ottimismo e dal suo progressismo, dopo essere sopravvissuto ad Auschwitz.


Ironia tragica, lui stesso, forse al di là delle sue intenzioni, ha contribuito a formare quel conformismo buonista che lo ha ucciso. Ha contribuito come pochi altri (o lo ha fatto chi si è servito del suo bellissimo Se questo è un uomo, vero manuale di salvezza in questo mondo decaduto) a diffondere l’idea che la guerra non deve esistere e quindi non esiste, che la guerra è colpa, e cioè che la vita è colpa. Aver trasformato la seconda guerra mondiale in un rituale esorcistico contro la vita, in una messa nera del buonismo, è la nostra paralisi spirituale. In un mondo dominato dall’anti-logos, le regole sono espressione dell’anti-logos, e l’orgoglio che nasce dal rispettarle è il vero filo spinato, che Levi non è riuscito ad attraversare.


Non ci è riuscito lui con le sue grandi qualità intellettuali e nei felici anni Ottanta: figuriamoci noi.


Gianluigi Sassu

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