Prendendo a calci il cane-robot: animismo selettivo e intelligenza artificiale



L'intelligenza artificiale, le questioni etiche e le contraddizioni del transumanesimo. Il conflitto tra robotica e senso della vita. Pubblichiamo in traduzione il bel saggio Kicking The Robot Dog: On Selective Animism & Artificial Intelligence di Tad Hargrave (che ringraziamo).


Sembra che viviamo in un'epoca di animismo selettivo. Alcune cose le consideriamo vive, altre no. Ad esempio, di recente ho visto un video in cui alcuni giovani prendono a calci un cane-robot. Un commento al video diceva: "Senti, finiscila di maltrattare quel robot prima che sia tardi, dico davvero!!! Ti va bene o no?!"


Suppongo che, nel futuro tecnocratico e transumanista che si sta precipitando verso tutti noi (e verso il quale molti si stanno precipitando), questo genere di preoccupazioni crescerà: "diritti dei robot", "abusi verso i robot". Si discuterà sull'intelligenza artificiale: è davvero viva (o intelligente)? E cosa può essere considerato esattamente "vivo"? E perché una macchina non può essere viva? E la vita di una macchina vale quanto la vita di un essere umano? O ancora: se un robot è vivo, può essere abusato, ferito o persino ucciso?


Le discussioni sull'inclusione potrebbero presto avere a che fare con l'inclusione o meno dei robot. I bambini chiederanno alle loro mamme chi è la mamma del cane-robot o quali cibi mangia, e la madre dovrà trovare un qualche modo per rispondere al bimbo. Scienziati, politici, attivisti e sociologi ci chiederanno senza dubbio di interrogarci su chi tragga profitto da un simile cane nel mondo. O se sia stata raccontata tutta la verità sulle ragioni per le quali è stato costruito. O se si tratti di cani da guardia: e in quel caso cosa o chi stanno sorvegliando?


Molti sederanno e guarderanno quei cani-robot (sapete che ne stanno arrivando altri) camminare per strada. E si domanderanno: "Quali interrogativi ci pone un cane del genere? Cosa rivela su di noi e sulla società in cui viviamo? Cosa ci è preso per fare in modo che un tale cane apparisse e sembrasse degno della nostra pietà e protezione quando viene preso a calci?"


Eccomi qui. Seduto a guardare. Sto cercando di comprendere. E ciò che più mi colpisce è questo: penso che la preoccupazione di abusare dei robot manchi di una verità più profonda. Cioè che i robot sono già una forma di abuso del mondo naturale, come tutte le macchine. I robot sono la manifestazione di un abuso. E sono la prova di un abuso anche molto più profondo e pervasivo, che si è già consumato e su cui la loro stessa esistenza si basa. L'abuso del mondo naturale.


Ricordo ciò che disse il permaculturista Toby Hemenway: «Ci vuole un grande albero per produrre calore sufficiente a sciogliere il minerale in modo da ottenere abbastanza metallo da poterci fare qualcosa delle dimensioni di una fibbia di cintura».


Posso testimoniarlo. L'ho visto, una volta. Fu in Galles, nel 2019. Uno di noi, un giovane dell'Ontario, era stato incaricato di trovare per noi del minerale di rame. Finì per doverlo cercare in capo al mondo. Non avrebbe mai immaginato che fosse così difficile, ma secoli di estrazione mineraria ci hanno portato a questo punto: ormai non c'è più molto, e ciò che rimane non è facile da trovare o da ottenere. L'unico pezzo che riuscì a reperire fu una roccia grande quanto due pugni, nello shop di un tale in Africa. Non ci ha mai detto quanto avesse pagato per averla, ma non credo sia stato poco.


Passammo la giornata a fare carbone, bruciando una grande pila di legno fino a quando non ne rimase carbone e basta. Il carbone, bruciando, produce molto più calore del legno. Poi lo seppellimmo e cantammo per un po' - imbarazzati e insicuri di noi stessi per tutto il tempo - prima di disseppellirlo e trasportarlo in un buco scavato nel terreno e fiancheggiato da pietre piatte. La roccia che conteneva il rame era stata macinata in pezzetti piccoli e polvere che furono versati nel buco sopra i carboni. Non ricordo per quanto tempo rimanemmo seduti, ma furono ore, e per tutto il tempo cantammo mentre il calore separava il rame dalla pietra. Poi giunse la richiesta di acqua per raffreddarlo. Io corsi a prenderne un po', immaginando che bastasse solo il mio thermos pieno. Invece per mezz'ora fu un andirivieni che sembrava infinito di thermos e bottiglie d'acqua. Venivano portate e rovesciate sui carboni e sul rame che si congelava mentre il vapore eruttava da quel piccolo buco. Ero spiazzato.


La mattina dopo, nella sala della comunità locale dove ci s'incontrava, il giovane ci portò il rame fuso. Non più della punta di un mignolo, se pure ce n'era il tanto. Il resto era ciò che chiamavano "scorie" o "rifiuti": a ciascuno di noi ne fu dato un poco perché lo portassimo a casa e lo mettessimo sui nostri altari. Per ricordarci il costo delle cose. Ricordo di aver pensato al tempo, allo sforzo, all'acqua e a quanto legno era servito per produrre quella piccola quantità di rame. Pensai a quante foreste, secoli fa, dovevano essere state abbattute per nutrire le fucine.


Giorni dopo, sul treno per Londra, pieno di bevitori diretti al concerto per la reunion delle Spice Girls, il giovane che si era preso cura di quel fuoco e aveva procurato la pietra rifletteva sul fatto che - se ricordo bene le sue parole - la prima generazione conosciuta di falci d'acciaio al carbonio era stata lasciata inutilizzata sotto terra. Erano state forgiate, realizzate magnificamente e poi sepolte. Non avevano un graffio.


Non è raro nelle culture tradizionali che, la prima volta che si fa qualcosa, quella cosa venga destinata ad essere offerta in dono. Non la si tiene per sé. Se fai il tuo primo tamburo, non importa quanto lo ami: deve essere dato a qualcun altro. Disse anche che, in alcune tradizioni, quando si offrono perline fatte di conchiglie agli spiriti locali o ai propri antenati, le perline sono per gli dei e la polvere che ne rimane è per il proprio altare. Mentre parlavamo, pensai alle scorie residuate dalla fusione per i nostri altari, avvolte in un tovagliolo di carta nella mia borsa. Forse quei primi produttori di falci la pensavano allo stesso modo: la bellezza di quelle prime falci d'acciaio era per gli dei. Le scorie invece erano per gli altari, per ricordare agli uomini il costo sbalorditivo di ciò che avevano appena fatto.


Quando gli antichi estraevano minerali dalla Terra ai tempi della prima metallurgia, c'era una profonda reverenza. Forse si capiva cosa costasse portar su dalla Terra quegli antenati e con quanta forza fossero pressati. I primi fabbri erano visti come sciamani. Quello che facevano era una specie di magia. Ricordo di aver letto un articolo in cui si sottolineava che uno dei racconti popolari più antichi conosciuti in Europa ha come protagonista un fabbro.


E ricordo di aver visto un libro sui luoghi dell'Africa in cui quest'attività viene ancora praticata nello stesso modo: mostrava come la fucina fosse vista, e modellata, come un grembo materno. Le stesse erbe raccolte e utilizzate per il parto venivano raccolte e utilizzate anche per quel procedimento. Come per la nascita, non c'erano garanzie. Come per la nascita, le cose sarebbero potute andar male. Come per la nascita, era necessario prestare immensa attenzione alla madre e al piccolo che ancora cresceva dentro di lei. Il procedimento metallurgico è stato - e nei luoghi in cui viene praticato è ancora - una cerimonia profonda.


Quest'arte della metallurgia potrebbe essere ciò di cui si parla negli antichi racconti: l'estrarre la spada dalla pietra nella leggenda arturiana. Colui che fosse stato in grado di estrarre il metallo dalla roccia sarebbe diventato re. E di certo l'età del bronzo dimostra che è così: senza metallurgia - questo è l'argomento che se ne potrebbe ricavare - non ci sarebbero stati re in nessun luogo.


A proposito di spade, ecco un'osservazione su cui riflettere: una spada è affine alla mano umana. Estende e affina la sua capacità ad effetti devastanti e mortali. Una vita, la spada, si connette con un'altra vita, la mano umana. Forse ci sono giorni in cui il metallo è felice di essere fuori dalla terra sotto forma di lama. Forse altre volte sogna di tornare sotto terra. Non lo so. Ma so che, nell'artigianato arcaico, lì c'è una relazione. Vita verso vita.


Nelle culture antiche la spada aveva spesso un nome. A volte passava ai figli. A volte veniva sepolta con colui che l'aveva portata. Una forma di misericordia offerta a entrambi: l'opportunità di riposare finalmente di nuovo dentro quella Terra da cui ambedue provenivano. «Grazie per esserti unita a noi per un po'» - avrebbero potuto dire mentre la depositavano - «ora hai delle storie da portare agli altri laggiù. Speriamo che parlerai bene di noi. Dì loro che ci mancano ancora, e parla loro di noi. Dì che siamo contenti che sei venuta».


Da una prospettiva animista (credere che tutto è vivo e, ancor più in profondità, che non ci sono "cose" ma solo esseri viventi, e popoli e nazioni in forme diverse), il metallo era già concepito come vivo. Da un punto di vista animista, gli esseri umani non sono qui per concedere la vita, ma per riconoscerla e rendere grazie per essa. Gli esseri umani sono i testimoni del sacro, non i suoi fabbricatori. Come scrisse Mary Oliver, «Istruzioni per vivere: fare attenzione. Stupirsi. Raccontarlo».


Quando si arriva a parlare dei "diritti dei robot", si è già da tempo radicata l'idea che i metalli che costituiscono il robot siano "morti". Ah, ma gli umani, combinandoli in un certo modo, possono concedere loro la "vita". Il metallo è morto. Il robot è vivo. La comprensione inanimista (vedere il mondo fondamentalmente come non vivo) è che noi, esseri umani, conferiamo animazione, sacralità e vita al metallo facendolo muovere e operare nel modo in cui noi vogliamo. In modi che assomigliano alla vita biologica. Se ci somiglia e si muove come noi, solo allora potrà essere vivo. In caso contrario, probabilmente non lo è. Basti considerare il modo in cui i robot stanno arrivando a guardare e muoversi sempre più come noi o i nostri animali domestici.


L'inanimista può anche immaginare che il pupazzo sia portato in vita dal burattinaio, ma non che il burattino fosse già vivo. L'animista invece sa che il legno, il filo, il panno, le vernici... erano tutti già vivi prima che quel burattinaio si presentasse e li mettesse insieme nella forma in cui si operano. A differenza che per la spada, quando veniamo al "robot" non c'è più mano umana. Non ci sono "corde" tirate da un burattinaio umano. Non c'è relazione o parentela con gli umani. C'è intelligenza artificiale e algoritmo. C'è il controllo. C'è la schiavitù del metallo e dei macchinari verso programmi e protocolli.



C'è una domanda che gli inanimisti non ritengono degna di essere fatta: il metallo vuole essere un robot?Potremmo considerare ciò che scrive Rupert Ross nel suo libro Ritorno agli insegnamenti: «Basil Johnston parla della gerarchia Ojibway della Creazione nel patrimonio ojibway. Questa gerarchia non si basa sull'intelligenza, sulla bellezza, sulla forza o sui numeri. Si basa piuttosto sui rapporti di dipendenza. Pone la Madre Terra (e la sua linfa vitale, le acque) al primo posto, perché senza di loro non ci sarebbe vita animale, vegetale o umana. Il mondo vegetale è secondo, perché senza di esso non ci sarebbe vita animale o umana. Il mondo animale è terzo. Ultimi, e chiaramente meno importanti in questa gerarchia globale, arrivano gli umani. Niente dipende dalla nostra sopravvivenza. Questo è ciò che sembra derivare da quell'attenzione alle dipendenze. Poiché noi esseri umani siamo i più dipendenti di tutti, siamo noi che dobbiamo il più grande dovere di rispetto e cura per gli altri tre ordini. Senza di loro, periamo. Il nostro ruolo non è quindi quello di sottomettere singole parti di essi per raggiungere i nostri obiettivi a breve termine, perché ciò potrebbe turbare i loro equilibri. Semmai, il nostro ruolo è quello di imparare come interagiscono tutti tra loro in modo da poter fare del nostro meglio per adattarci alle relazioni che esistono fra loro. Qualsiasi altro approccio, a lungo termine, non può che turbare equilibri sani che durano da milioni di anni e che, ovviamente, hanno creato le condizioni per la nostra evoluzione».