Note sul capro espiatorio [seconda parte]



[leggi qui la prima parte]


Il cattivo cittadino, dicevamo. Ecco il capro espiatorio strutturale, e con esso la grande trovata dei nostri tempi di strutturale crisi. Fino a che avremo un sistema politico-mediatico blindato, in grado di mantenere l'immaginario comune dentro una bolla virtuale, la valvola di sfogo sociale sarà garantita da quel residuo di difformità, statisticamente ineliminabile, che si metterà fuori dal consenso universale tributato all'élite dominante da giornalisti, esperti, opinionisti, politici. Con masse variamente influenzabili sempre al traino.


Giusto per stare a esempi freschissimi, oggi Enrico Letta, segretario del principale partito neoliberista del Paese, dichiara senza mezzi termini: «Il tampone gratuito è come il condono per chi non paga le tasse. Noi siamo contro questa logica. Deve essere premiato chi è fedele, chi paga le tasse e chi si è vaccinato». Chi è fedele. Si potrebbe forse ridere di un ragionamento tanto rozzo, se non fosse ch'è il prodotto di una strategia comunicativa ben consapevole e diretta a obiettivi precisi. Il perno è l'equivalenza fra reati come l'evasione fiscale (scelto non a caso, sempre in memoria di un giustizialismo d'accatto che si divincola fra paradisi fiscali benedetti dall'UE o silenziosi disastri finanziari) e la legittima scelta di non sottoporsi a un trattamento neppure obbligatorio per legge. Una maniera devastante di incrociare i piani giuridico, politico e pseudo-morale, con la prospettiva di modificare la genetica stessa del diritto.


Ma più ancora è una via per aziendalizzare definitivamente ogni aspetto dell'esistenza sociale: dalla logica efficientista e competitiva dell'impresa viene l'idea delle premialità, delle penalizzazioni, della fidelizzazione. Proprio quella logica che i sinistri di due decenni fa rimproveravano a Berlusconi di voler sovrapporre al governo della nazione, e che Renzi ha potuto serenamente sdoganare anche fra le loro fila. Un modello prettamente manageriale, insomma. E con quel tanto di nazista che questo aggettivo contiene, perché - come recentemente spiegato dallo storico Johann Chapoutot - al management novecentesco ha dato un contributo essenziale giustappunto il Terzo Reich, dove i princìpi del fordismo-taylorismo divennero spunti di ingegneria sociale. Precisamente per intuizione del gerarca Reinhard Höhn (1904-2000) che poi, provvidenzialmente amnistiato, avrebbe fondato quell'Akademie für Führungskräfte der Wirtschaft che ha dato al mondo postbellico - e a marchi del calibro di Audi, Bmw, Bayer, Krupp, Thyssen, Opel - qualcosa come 700.000 dirigenti d'impresa. Ossia un numero impressionante di Menschen-führung, istruiti a massimizzare la produttività della "risorsa umana" attraverso ben dosate soddisfazioni emotivo-psicologiche, tali da mantenere illusioni incentivanti. Tutta gente che ha assimilato e tramandato il gergo caro al pupillo di Himmler, Herbert Backe (elasticità, performance, produttività, iniziativa creativa, missione), facendone il lessico della precarietà strutturale contemporanea, e ora - pare - anche il nuovo alfabeto della cittadinanza.


Dietro, sta l'onnivora filosofia della collaborazione fra vertici e base produttiva, quel che oggi si chiama "responsabilità" (sempre a spese di una parte, ma non importa) e che crea una mostruosa identificazione della massa col nuovo corpo politico costituito, in termini apparentemente neutri, dal Capo. Anzi, dal Sovrano: torniamo infatti alla storiografia pre-ottocentesca dei Prencipi e Potentati, dove la nazione era un insieme compatto fatto coincidere col suo monarca, e non il frutto di un conflitto che aveva decretato vincitori e vinti, e dove la legge era legge per alcuni ma abuso per altri. Solo che di Fourier o di Thierry in grado di ribaltare questa narrazione oggi non se ne vede l'ombra, e infatti fioccano le agiografie di Draghi e dei suoi pari. Fino a pretendere che l'atto di fedeltà dovuto al re, sia pure vestito da più moderno capitano coraggioso in versione manager, diventi un requisito per il mantenimento dei diritti costituzionali.


Non per caso gli analisti parlano di Sincerity Management Model nel riferirsi all'aberrante programma cinese di credito sociale il cui fine è - come ricorda Vanorio - «permettere a chi è affidabile di vagare ovunque sotto il cielo, e rendere difficile fare anche un solo passo per chi è stato screditato». Sì, se avete notato strane assonanze con i proclami lettiani avete capito bene: la logica è proprio la stessa. Il cittadino "fedele" cui aspirano i fiancheggiatori nostrani della finanza transatlantica è esattamente il soldatino obbediente che i cari compagni cinesi hanno riforgiato in veste di cittadino "affidabile". Creando un sistema che valuta i comportamenti dei singoli a livello pubblico e privato e da ciò trae la misura di diritti da attribuire o negare a ciascuno. Premi e sanzioni.


Si tratta del social credit system, ma potete pure chiamarlo green pass. E con quale pretesto il Partito Comunista Cinese ha varato questo immane esperimento di controllo sociale? Ma è ovvio: la lotta alla corruzione. Il sempreverde leitmotiv che addita la fonte dello scompenso sociale in un contingente disfunzionamento della macchina - altrimenti efficiente - che però non si risolve mai, nonostante le rivoluzioni culturali confezionate all'uopo. E nel frattempo, improvvisamente, le maglie si allargano e si finisce con l'attribuire ad ogni cittadino un punteggio che diminuisce se questi critica troppo il governo, ritarda un pagamento, non pulisce l'aiuola di casa o non accompagna i genitori dal medico. Una commistione di comportamenti che si appiccicano l'uno all'altro quanto l'evasione fiscale e la vaccinazione, come si vede, e con la stessa logica: assimilare regole di buon senso (o presunto tale) e di educazione alla sanzione per reati e perfino alla liceità delle opinioni. Chi non pulisce il cortiletto di casa è un corrotto, se non in atto quantomeno in potenza, e così pure il dissidente (sempre eversivo, com'è chiaro).


Ora chiudete gli occhi e provate a ricordare quante volte avete sentito dire che in Italia la corruzione prospera perché manca il senso civico, non come in Germania dove nessuno si permetterebbe di buttare una cartaccia per strada. A chi scrive è capitato di sentirlo dire, l'ultima volta, da un magistrato divenuto noto nel 1992. O pensate agli sforzi profusi per dire che i manifestanti sgraditi sarebbero sempre e comunque teppisti (cioè cattivi cittadini) e che esprimere critiche rispetto alla vulgata costruita dai media significherebbe fomentare odio sociale da reprimere con appositi ddl.


Tornando al nostro povero cinese, il suo destino è segnato: in conseguenza delle sue malefatte avrà un accesso limitato a strade, voli, scuole, connessione internet etc., fino a che, se diabolicamente persevera, finirà nella lista nera degli infedeli. Lista pubblica, peraltro, perché - nota ancora Vanorio - «il pubblico ludibrio è parte del sistema di credito sociale cinese. Immagini di persone inserite in blacklist sono state mostrate in video su TikTok, così come gli indirizzi di cittadini in analoga posizione sono stati localizzati su mappe pubbliche di WeChat». Non ci si poteva attendere nulla di diverso, del resto: della nuova civiltà della vergogna, dispositivo inestricabilmente connesso alla logica del capro espiatorio, abbiamo già parlato qui.


Da noi, tutto il meccanismo è stato costruito su alcuni princìpi insinuati gradualmente e abilmente:


- L'individuazione del capro espiatorio nella casta è stato ben utilizzato, anche per innestare nel senso comune una logica che è poi stata sottilmente spostata su un piano orizzontale: si è voluto affermare che la corruzione della classe dirigente fosse specchio di un carattere atavico dell'italianità, e dunque rappresentazione del carattere di un popolo dentro cui cercare l'origine del malfunzionamento, cosa che è stata di volta in volta fatta prendendo di mira categorie di cittadini a seconda delle idee politiche manifestate, della professione svolta, dell'adesione o meno a codici comportamentali emanati insindacabilmente dalle centrali del pensiero unico.


- A favorire il tutto è stata l'accentuazione esasperata del carattere politico di ogni comportamento individuale: una vecchia bandiera dei sessantottini rispolverata per far assurgere a crimine sociale ogni scelta difforme dal catechismo progressista. Così il problema ambientale nasce da chi lascia la spazzatura in pineta (cosa pessima, sia chiaro) o da chi ha un'auto a benzina, e non dalle centrali industriali indiane e cinesi o dagli stabilimenti dell'Ilva (cui viene volentieri negata ogni correlazione con incidenze tumorali etc.). Allo stesso modo, chiunque esprima un'opinione (salvo non sia un progressista che parla di Salvini) è inchiodato alla dimensione pubblica e alle possibili risonanze politiche di ciò che dice, e si potrebbe andare avanti con l'elencare semplicistiche equazioni ormai correnti: i tagli alla sanità sono causati dal bottegaio che non batte uno scontrino e via dicendo.


- Il cerchio si è chiuso con l'improvvisa uniformazione di tutte le organizzazioni politiche e sindacali (dunque anche tecniche e mediatiche) che per decenni hanno dato l'illusione di contrapporsi: la finzione è stata sciolta quando i tempi sono stati ritenuti maturi per il passaggio di fase. E il passaggio è stato reso possibile dall'ingresso prepotente nella sfera sociale globale delle tecnologie di raccolta dati guidate dalla cosiddetta Intelligenza Artificiale (la stessa usata sia negli USA che in Cina per schedare i capri espiatori di turno, e ultimamente oggetto di una regolamentazione piuttosto elastica in Europa).


- La base di consenso per questa operazione è stata fornita dal ceto medio semi-colto (Preve dixit), ben insediato nella pubblica amministrazione e ammaestrato per anni a sentirsi intellettualmente superiore in virtù della lettura di qualche rotocalco (bisognerà indagare anche sui danni di certa sociologia pseudo-gramsciana che, sempre ad opera del borghesuccio annoiato del Sessantotto, troppo benestante per poter pensare che il pensiero è fatica e non un "diritto" da pagare con carta di credito, ha potuto annegare il culturale nel ludico, dando dignità alle forme più grevi di intrattenimento spettacolistico e al dilagare di entimemi spacciati per argomenti, com'è appunto nel paradosso comico meno raffinato). Corollario inevitabile: il tracollo -scientemente provocato e accompagnato - del sistema d'istruzione, colpito guardacaso, fin da principio, nelle sue naturali dinamiche gerarchiche (tanto per tornare all'indifferenziazione discussa da Girard)


Ora siamo al dunque, e chi non si adegua è fuori. A quanti ritengono che la lotta contro il green pass sia un distrattivo di marca reazionaria ci sia consentito dire: aprite gli occhi, perché questa strada, una volta imboccata, giunge sempre alle sue ultime conseguenze, e al prossimo giro nella lista dei capri espiatori (o degli infedeli, se preferite) potreste finire proprio voi.


G. P.