La vaccinazione alla prova dei fatti: i numeri dell'epidemia



Riportiamo in traduzione un interessante articolo dal blog su Mediapart di Laurent Mucchielli, direttore del Centre Méditerranéen de Sociologie, de Science Politique et d'Histoire. Si tratta della prima puntata (la seconda è già disponibile in italiano su La Fionda) di una serie che analizza, dati alla mano, le campagne vaccinali e il loro rapporto con l'evolversi dell'epidemia da coronavirus nel mondo. Qui il testo originale.



Nonostante avessero esplicitamente promesso ai francesi che non lo avrebbero mai fatto (1), il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il Ministro della Salute e tutto il governo continuano a invocare con ogni mezzo la vaccinazione dell'intera popolazione, e non nascondono più l'intento di renderla obbligatoria. In questa vasta operazione, il potere esecutivo usa tutti i trucchi del marketing e della propaganda, fra cui: 1) spaventare i cittadini a causa della circolazione di una nuova "variante delta", che tuttavia appare abbastanza innocua soprattutto d'estate; 2) sostenere che la vaccinazione protegge quasi completamente ("95%") sia dal rischio di infezione sia dal rischio di contrarne forme gravi e quindi, in ultima analisi, dal rischio di morte; 3) far accettare alla popolazione i termini di un ricatto: vaccinazione o nuove restrizioni. Al contempo il nodo degli effetti collaterali da vaccino, per quanto grave, sembra essere un tabù.


Tali questioni saranno tutte affrontate in una serie di articoli che stiamo aprendo sulle sfide poste dalla nuova vaccinazione.


Come si sta sviluppando l'epidemia nei paesi che hanno già vaccinato di più?


In questa prima parte ci domandiamo cosa stia succedendo nei Paesi del mondo che, dall'inizio delle campagne vaccinali (cioè dal periodo dicembre 2020 - febbraio 2021, a seconda del Paese), hanno già inoculato la stragrande maggioranza della popolazione. A tal fine utilizzeremo i dati aggregati dal noto sito ourworldindata.org.


Possiamo osservare che - con Polonia, Repubblica Ceca, Grecia e Svizzera - la Francia è davvero "indietro" nella sua campagna vaccinale rispetto ad altri paesi europei. Al contrario, i 15 paesi che hanno vaccinato di più a metà luglio sono Gibilterra, Malta, Emirati Arabi Uniti, Seychelles, Uruguay, Canada, Cile, Inghilterra, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca, Israele, Qatar, Bahrain e Mongolia. In tutti i casi osserveremo l'evoluzione della mortalità e quella del contagio (sebbene quest'ultimo sia un indicatore fragile, poiché dipende dal numero di test effettuati nonché dai flussi turistici in alcune regioni). In diversi casi istituiremo anche ulteriori confronti tra paesi vicini per osservare analogie e differenze (questo tipo di confronto è spesso istruttivo).



Gibilterra ha circa 34.000 abitanti, vaccinati al 100%. Tuttavia, è noto un focolaio di nuovi casi dall'inizio di luglio. La vaccinazione completa quindi non ha impedito una nuova epidemia. La spiegazione è probabilmente che il vaccino prodotto dal ceppo Wuhan non protegge dalle varianti. D'altra parte, questo apparente aumento del contagio non è accompagnato da mortalità, il che significa o che la variante in questione è meno letale, o che la vaccinazione protegge efficacemente dalle forme gravi.

Malta conta a sua volta quasi mezzo milione di abitanti, vaccinati per l'86% alla metà luglio. E facciamo esattamente la stessa osservazione già svolta per Gibilterra.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno una popolazione di 10 milioni di abitanti, vaccinati al 77,5%. Ciò non sembra avere alcun legame con la dinamica dell'epidemia, segnata da un'impennata nel periodo gennaio-febbraio 2021 e poi nuovamente a giugno 2021. Anche la curva della mortalità, molto bassa, sembra slegata dalla vaccinazione.

Interessante, poi, è il confronto con il grande vicino, l' Arabia Saudita (quasi 35 milioni di abitanti). Quest'ultimo paese ha vaccinato al 53%, e presenta una dinamica epidemica da aprile a luglio in cui casi e decessi evolvono in parallelo, come se la vaccinazione non avesse avuto effetto.

Le Seychelles hanno quasi 100.000 abitanti, vaccinati quasi per il 73% a metà luglio. Tuttavia, mentre finora queste isole non avevano avuto quasi nessun caso, hanno sperimentato una prima piccola epidemia tardiva nel maggio-giugno 2021, che ha causato alcuni decessi. La vaccinazione quindi non sembra aver protetto questo Paese.


L'Uruguay ha quasi 3,5 milioni di abitanti, il 70% vaccinati. Eppure qui - dove non c'era stata una fase epidemica precedente - l'epidemia è stata sensibile da marzo a giugno 2021, provocando anche un forte aumento dei decessi, seguito da un altrettanto forte calo. Alcuni potrebbero affrettarsi a leggere quest'ultimo dato come un effetto della vaccinazione generale, ma basta guardare ad alcuni paesi vicini per capire la fragilità di questa interpretazione: ad esempio il Paraguay (7 milioni di abitanti) ha appena cominciato la campagna (meno del 10% della popolazione è vaccinato), eppure ha avuto contemporaneamente un'epidemia analoga.


Il Canada conta quasi 38 milioni di abitanti, vaccinati al 70%. Ciò non ha impedito la fase epidemica di marzo-aprile 2021, seguita dalla scomparsa dell'epidemia sia in termini di contagio che di morte. Non vediamo (ancora?) la ripresa epidemica di luglio dei paesi europei.


Il Cile ha più di 17,5 milioni di persone vaccinate: quasi il 70%. Si segnala che la campagna vaccinale non ha impedito la fase epidemica della prima parte del 2021 (marzo-aprile, poi fine maggio e inizio giugno). La curva dei decessi è rimasta piuttosto piatta, ma con una tendenza al rialzo costante da dicembre 2020. Dopo Uruguay e Paraguay, si tratta del terzo esempio - nello stesso continente - in cui viene registrato un calo di dinamiche epidemiche paragonabile ma la curva della mortalità è ancora diversa. Il confronto tra questi tre vicini suggerisce che l'epidemia stia facendo il proprio corso senza davvero curarsi dei vaccini.


Il Regno Unito conta quasi 67 milioni di abitanti, vaccinati al 68%, il che non ha però impedito né la fase epidemica da dicembre 2020 a gennaio 2021, né quella di giugno-luglio 2021. Quest'ultima, ancora, non provoca un significativo eccesso di mortalità, o perché la variante Delta non è molto pericolosa o perché qui la vaccinazione è efficace contro le forme gravi.


I Paesi Bassi hanno poco più di 17 milioni di abitanti, vaccinati per il 68%. Ciò nonostante hanno affrontato diverse fasi epidemiche a marzo-aprile 2021 e poi a luglio 2021 (anche qui non correlate alla mortalità). Sull'interpretazione della bassa mortalità resta lo stesso dubbio: un articolo pubblicato oggi riporta che gli ospedali olandesi stanno attualmente assistendo a un forte aumento di infetti dalla variante Delta tra gli operatori sanitari, già completamente vaccinati. Una settimana fa abbiamo anche appreso che, tra i 20.000 partecipanti al festival di Verknipt, tutti dotati di un lasciapassare sanitario esibito all'ingresso, mille erano stati contagiati. E sempre nei Paesi Bassi, pochi giorni prima, si scopriva che quasi un terzo dei circa 600 partecipanti stavolta a una grande serata in discoteca risultava contagiato, sebbene teoricamente tutti fossero protetti.


Il Belgio ha circa 11,5 milioni di abitanti, vaccinati per il 66,5%. Anche qui abbiamo un aumento dei casi positivi a luglio, ancora una volta non correlato alla mortalità. Stessi riscontri anche in Danimarca e Israele (ripresa a luglio), rispettivamente all'undicesimo e dodicesimo posto nella classifica delle vaccinazioni. Seguono Qatar (3 milioni di abitanti) e Bahrein (1,7 milioni di abitanti), due paesi vicini, vaccinati in proporzioni simili (circa il 65%). In entrambi i casi, ci sono fasi epidemiche tardive (febbraio-aprile 2021 per il Qatar, marzo-maggio 2021 per il Bahrein) che hanno inoltre causato più morti che mai dall'inizio del 2020. I numeri sono tuttavia troppo piccoli per trarne solide conclusioni.


In quindicesima posizione, infine, arriva la Mongolia, che conta quasi 3,3 milioni di abitanti, vaccinati per il 64% (prevalentemente con vaccino cinese). E mentre fino all'inizio della campagna vaccinale non aveva conosciuto alcuna epidemia, ha improvvisamente affrontato due fasi intense (marzo-aprile e poi giugno-luglio 2021) che hanno prodotto un livello di mortalità sconosciuto dall'inizio della crisi globale ad allora.


Conclusioni


Senza che sia necessario svolgere lunghi e complicati calcoli, basta l'esame di questi pochi dati statistici di base (vaccinazioni, casi positivi, mortalità) per dimostrare che la realtà delle dinamiche epidemiche causate dalle diverse varianti di Sars-Cov-2 ha poco a che vedere col discorso politico-mediatico che esalta il miracolo del vaccino. In realtà, la vaccinazione non sembra avere su tale dinamica un impatto superiore a quello prodotto dalle misure di contenimento. Insomma: non protegge dal contagio (e molto meno dell'immunità naturale acquisita con il contagio ).


Se davvero è «la circolazione del virus» a preoccupare, allora, alla domanda-trabocchetto posta dal potere esecutivo francese - «è meglio la vaccinazione o nuove restrizioni?» - l'unica risposta seria è: né l'una né l'altra cosa. E già il fatto che la vaccinazione non protegga dal contagio (2) è di per sé sufficiente per screditare subito il proposto "pass sanitario" che discrimina i vaccinati dai non vaccinati nell'accesso a questo o quel luogo o servizio col pretesto del rischio di contagio. Ciò - è ovvio - dovrebbe essere noto a tutti i cittadini, così come agli eletti e ai magistrati chiamati a prendere decisioni importanti nelle settimane e nei mesi a venire.


Rimane la seconda questione, quella della possibile riduzione delle forme gravi di Covid nelle popolazioni maggiormente vaccinate. Tre sono infatti le ipotesi fra loro in competizione per spiegare il fatto che, in quasi tutti i paesi occidentali, la nuova variante nota come Delta sta provocando una ripresa dell'epidemia ma non un incremento della mortalità. La prima ipotesi è l'effetto della vaccinazione, la quale però varia dal 40 al 100% della popolazione con risultati alla fine abbastanza simili, il che lascia spazio a dubbi. La seconda è l'assai minore pericolosità di questa variante, almeno d'estate (ragione per cui alcuni auspicano che circoli il più possibile e quindi aiuti a costruire un'immunità collettiva naturale più efficace della vaccinazione). La terza (e forse la più importante) è la stagionalità delle malattie infettive, che vede sempre crollare il tasso di mortalità durante l'estate.


Per quanto riguarda i Paesi extraeuropei, i casi di Qatar, Bahrein, Uruguay, Cile, Emirati Arabi Uniti, Seychelles e Mongolia indicano che le intense campagne di vaccinazione non hanno impedito l'insorgere di nuove ondate epidemiche le quali - a differenza che in Europa - sono state talvolta più letali delle precedenti. Alcuni genetisti (vedi la nostra intervista a Christian Vélot) avvertono inoltre del rischio che la vaccinazione generalizzata (con vaccini genetici RNA o DNA) contribuisca essa stessa allo sviluppo di varianti che potrebbero sfuggire all'immunità acquisita durante la prima epidemia.


Insomma, se in questa fase non è possibile separare le varie possibili spiegazioni per gli attuali sviluppi delle epidemie di coronavirus, è però chiaro che i tipi di cicli epidemici osservabili in tutto il mondo (che danno origine a queste famose curve a campana) sembrano farsi beffe degli interventi umani. L'ipotesi che ci sembra più ragionevole, perché basata anche sulla lezione del 2020, è che i principali fattori della dinamica epidemica siano da ricercarsi nella storia naturale dei virus, nei fattori climatici (da cui la stagionalità delle malattie infettive), nelle strutture demografiche e sanitarie delle popolazioni (la chiave è la proporzione di persone a rischio a causa di vecchiaia, malattie cardiovascolari pregresse, obesità, etc.), e non in decisioni