La crisi è uno strumento di governo



Nel 2016 il filosofo Pierre Dardot e il sociologo Christian Laval pubblicavano un testo estremamente lucido sulla natura e le perversioni del neoliberismo. «Guerra alla democrazia. L'offensiva dell'oligarchia neoliberista», disponibile in italiano nel prezioso catalogo di DeriveApprodi, illumina dinamiche profonde e stimola l'intelligenza di chi non si arrende al racconto unico della speculazione finanziaria. Proponiamo un estratto dal primo capitolo - «Governare con la crisi» - ringraziando l'editore e consigliando la lettura integrale del volume (cui si rimanda anche per le note e i riferimenti bibliografici).



È una storia greca. Una storia che getta una luce singolarmente viva sul nostro presente. Più precisamente, è una commedia di Aristofane andata in scena nel 388 a.C. e intitolata Pluto. Colui che viene indicato con questo nome non è nient'altro che il dio della ricchezza e del denaro. Che qui si presenta nelle sembianze di un vecchio coperto di stracci, accecato da Zeus, errante per le strade [...] Guarito della propria infermità dalle cure del dio Asclepio, a tutti promette abbondanza. Penìa (la povertà) ha un bel da fare nell'obiettare che se i poveri diventassero ricchi nessuno più lavorerebbe: la promessa della ricchezza universale ha comunque la meglio. Così si festeggia la guarigione di Pluto e la commedia si chiude con un'«apoteosi rovesciata»: una processione solenne si reca all'Acropoli, ritmata da una danza e illuminata dalle torce, per insediare Pluto nell'abside del tempio di Atena e della polis.


Nel trionfo di Pluto la commedia rivela un vero e proprio «mondo a rovescio». Che il dio del denaro sia consacrato custode del santuario della dea, ecco ciò che demolisce le fondamenta della polis. La quale in effetti si costituisce attraverso la consacrazione della supremazia di Atena sulle potenze private, quella delle grandi famiglie aristocratiche asservite alla terribile legge del sangue. Sono appunto queste potenze a essere relegate in un altare situato ai piedi dell'Acropoli. Basta dire che la dea intrattiene con la città politica una relazione molto forte. Come ha ben visto Hegel, la dea Atena è la città di Atene, ovvero lo spirito reale dei cittadini quale vive attraverso le istituzioni della democrazia. Il rovesciamento messo in scena da Aristofane (Pluto appollaiato sull'acropoli) mostra che il culto del denaro e il desiderio sfrenato di ricchezza intaccano direttamente il cuore della democrazia politica.


Nel leggere queste pagine scritte 2600 anni fa è difficile non pensare all'odierno destino dei greci. Da svariati anni i loro governi, volontariamente asserviti o resistenti prima della capitolazione, sono intenti a spegnere l'inesauribile sete del dio dei mercati finanziari, un Pluto interamente svincolato, ormai da tempo, dai limiti della cultura della terra, come del resto da qualunque produzione reale, ed esclusivamente preoccupato di accrescere all'infinito le spese della propria conservazione. Al punto che taluni artigiani dei piani di privatizzazione della Troika sono riusciti a immaginare di vendere all'asta lo stesso Partenone. La finanziarizzazione dell'economia è il risultato diretto delle politiche neoliberali.


[...] Ma, si obietterà, perché la democrazia dovrebbe essere minacciata da questa autonomizzazione del denaro abbandonato alla sua stessa dismisura (hybris)? E perché la democrazia dovrebbe scomparire insieme alla promessa di una ricchezza universale che Pluto fa intravvedere ai poveri? Sarebbe forse in virtù dell'universale corruzione che essa non mancherebbe di produrre? Cosa dobbiamo intendere con «democrazia», ovvero con il potere (kratos) del popolo (demos)?

Il termine kratos significa molto prosaicamente la superiorità vittoriosa in una guerra contro nemici, tanto interni quanto esterni. Può anche significare la vittoria di un'opinione all'interno di un'assemblea. Ma si tratta sempre di una vittoria ottenuta dentro uno scontro. Per questo si tratta di una parola «malfamata», che all'interno della polis agli stessi democratici ripugna utilizzare, tanto essa fa sentire che il potere del popolo non è il potere del popolo esercitato dal popolo in quanto tutto, ma quello che deriva da una vittoria ottenuta dal «partito» popolare contro il «partito» oligarchico.


[...] In un senso più concettuale, demokratia è il nome di quel regime nel quale il potere è esercitato dalla massa dei poveri, opposto all'oligarchia, nel quale il potere è detenuto dalla minoranza dei ricchi: «di necessità quindi - [dice Aristotele, Politica III 8] - dove i capi hanno il potere in forza della ricchezza, siano essi pochi o molti, ivi si ha l'oligarchia, dove invece lo hanno i poveri (aporoi), la democrazia: e tuttavia capita, come abbiamo detto, che quelli siano pochi, questi molti». Questa straordinaria definizione della democrazia, in genere omessa dalla lista delle accezioni scientifiche del termine, erge a rango di criterio essenziale il contenuto sociale piuttosto che il numero. Che Pluto finisca insediato sull'Acropoli dalla maggioranza dei cittadini, come accade nella commedia di Aristofane, non cambia di una virgola il problema e non trasforma in democrazia un'«oligarchia». Il popolo o demos qui non si identifica col maggior numero, e nemmeno con la totalità dei cittadini, ma con la massa dei poveri [...] Solo al governo dei poveri per i poveri si può allora applicare la definizione di democrazia.


Il merito maggiore di tale opposizione tra democrazia e oligarchia a partire dagli interessi sociali è anzitutto quello di far emergere in modo brutale, non fosse altro che in negativo, l'essenza oligarchica della governance neoliberale e la sua feroce opposizione alla democrazia intesa come «sovranità di massa»: questa forma di governance non costituisce un nuovo regime politico in senso stretto, che andrebbe così ad aggiungersi alla classificazione tradizionale dei regimi politici, ma un modo ibrido di esercizio del potere che deriva contemporaneamente dal governo dei pochi o dell'élite, nel senso di una esperto-crazia, e dal governo per i ricchi nel senso della sua finalità sociale.


La radicalizzazione del neoliberismo


Potremmo stupirci i del fatto che non ci sia più stupore di fronte al continuo consolidamento delle logiche che hanno generato una delle peggiori crisi dal 1929. Diversamente da quest'ultima, che aveva portato a una rimessa in discussione politica e dottrinale assai profonda, dal 2008 non è accaduto niente di simile. In un famoso articolo del luglio 2008 sulla fine del neoliberismo, Joseph Stiglitz faceva eco al famoso testo di Keynes sulla «fine del laisser-faire» scritto nel 1926. Con questo parallelo dava ad intendere che lo scenario degli anni Trenta stava per ripetersi. Sappiamo com'è andata. Il neoliberismo, pur godendo di un esteso discredito presso fasce sempre maggiori di popolazione, pur suscitando variegate resistenze, si è radicalizzato a vantaggio della crisi. E non è perché avrebbe dato prova della sua capacità di resilienza. Smarcandosi dai pronostici più ottimisti, il neoliberismo non è crollato, non ha ceduto il passo a un nuovo modo di regolazione. E non per questo oggi si limita a sopravvivere: radicalizzandosi, si è rafforzato. La crisi del 2008, che nelle teste di molti avrebbe dovuto inaugurare una fase postneoliberista moderata, ha invece consentito una radicalizzazione neoliberista. In un saggio notevole (dal titolo The Strange Non-Death of Neoliberalism), il sociologo britannico Colin Crouch ha posto la domanda decisiva: perché il neoliberismo è uscito rafforzato dalla crisi? La radicalizzazione del neoliberismo è appunto uno dei fenomeni più significativi del periodo che stiamo attraversando. La sua massima è: peggio va, più durerà. Se la diminuzione delle tasse a favore dei più ricchi e il suo corrispettivo, gli aumenti per il maggior numero, non hanno dato i risultati promessi, non significa che i governi dovranno rinunciarvi. Anzi. È perché tali diminuzioni e tali aumenti non sono stati abbastanza estesi che occorre perseverare sulla stessa strada.


[...] In queste condizioni la crisi alimenta la crisi in una spirale senza fine. La radicalizzazione del neoliberismo deriva in larga parte da questa logica di autoalimentazione o più precisamente di auto-peggioramento della crisi. Se le economie capitalistiche del «centro» sono diventate allo stesso tempo più stabili e meno dinamiche, ciò deriva dal fatto che le disuguaglianze e la precarietà crescenti, legate all'intensificazione della concorrenza e all'accumulazione finanziaria improduttiva, bloccano la crescita e impediscono qualunque riassorbimento della disoccupazione di massa. Persino gli economisti del Fondo Monetario Internazionale hanno finito per ammettere che le disuguaglianze crescenti sono dannose per la crescita economica. Anziché portare avanti politiche attive più egualitarie ed ecologiche a sostegno della domanda, i governi, messi alle strette dalle grandi aziende dalle banche, continuano a condurre ciascuno per conto proprio e contro gli altri delle «politiche di competitività» che riducono la quota dei salari sul valore aggiunto, deprimono la domanda, indeboliscono il lavoro salariato organizzato.


Perché ciò che sconvolge è appunto la distruzione di qualunque contrappeso, di qualunque opposizione, di qualunque fattore di stabilizzazione. Più si dispiega la logica dominante, e più distrugge ciò che potrebbe farle da limite, più questa sera forza secondo una logica propriamente infernale. Ha così indebolito la forza collettiva dei lavoratori salariati, ormai privi «del potere negoziale» che gli consentiva di difendere le istituzioni di protezione sociale, il loro potere di acquisto, il diritto del lavoro. Ha tratto profitto dal rientro nei ranghi della sinistra di governo per gettare discredito sulle forze ausiliarie che vorrebbero trovare una ricomposizione con questa «sinistra» (una parte degli ecologisti, le frazioni «concilianti» e opportuniste dei vecchi partiti comunisti). È perfino riuscita a compromettere forze più giovani, come Syriza in Grecia. Ma, soprattutto, ovunque sta minando le stesse fondamenta delle democrazie liberali, fino a intaccare la stessa legittimità elettorale. E questo non attraverso l'organizzazione di un colpo di stato, sul modello cileno, ma attraverso la minaccia di una distruzione delle banche e dell'economia con il ricatto sulle condizioni di vita delle popolazioni.


Un colpo di forza simbolico e politico, condotto a regola d'arte dalla folta truppa degli economisti e dei giornalisti allineati, ha ribaltato la responsabilità della crisi della finanza privata sullo Stato: è lo Stato a essere denunciato come la causa del fallimenti bancari, del deficit pubblico, della crisi dell'euro... Laddove è proprio lo Stato ad aver creato la finanza di mercato negli anni Ottanta e ad aver contribuito, in quanto partner, alla precipitazione della crisi di questa stessa finanza. Con l'appesantirsi del debito pubblico, ecco scovato il pretesto per mettere all'indice un eccesso di rivendicazioni salariali, lo strabordare di dipendenti pubblici, un'assistenza sociale insopportabile. Quanto ai disastri della speculazione finanziaria, non è più materia di dibattito: la hot money continua a circolare liberamente e a indurre destabilizzazioni sempre più gravi. Le banche sistemiche tornano a farla da padrone [...] mentre vedono i loro margini gonfiarsi grazie ai rubinetti aperti delle politiche di facilitazione monetaria che preparano nuove crisi a venire. La reazione a caldo dei governi per salvare un sistema tossico si è tradotta in un ulteriore argomento per indebolire la protezione sociale, diminuire i salari, rafforzare il potere del capitale.

La crisi è diventata un vero e proprio modo di governo, assunto in quanto tale. Dalla fine degli anni Settanta i tempi difficili annunciati dai governi dell'epoca sono serviti da pretesto per l'istituzione di quello che hanno chiamato «politiche coraggiose». La parola d'ordine di questo neoliberalismo di conquista era colpire l'avversario senza lasciare possibilità di ripiegare: «La cosa è fare di contiuo cose scandalose. Non bisogna lasciare agli altri il tempo di riflettere dopo aver fatto passare una legge schifosa. Bisogna far passare alla svelta qualcosa di peggio, prima che il pubblico possa reagire» [J. Coe, "What a cave up!", Penguin Books, London 1995: sono le affermazioni attribuite a Henry Winshaw, politico laburista convertito al tatcherismo negli anni Ottanta].


Da allora la prescrizione è stata applicata a più riprese, ma il periodo di prova della governamentalità neoliberale - per riprendere l'espressione di Foucault - è ormai giunto al termine. La sperimentazione si è trasformata in sistema e la crisi è diventata la leva principale per rafforzare le politiche neoliberiste. Parafrasando Churchill, possiamo dire che nel neoliberalismo qualunque ostacolo diventa un'opportunità. Le armi disciplinari dei mercati finanziari hanno consentito di castigare senza pietà chiunque contravvenisse ai programmi di deflazione salariale, di flessibilizzazione del mercato del lavoro, di privatizzazione delle imprese pubbliche, di tagli alle spese pubbliche. Se anche un governo si avventurasse a prendere «cattive decisioni», verrebbe immediatamente sanzionato dalla negazione di prestiti o dall'abbassamento dei rating delle agenzie, cosa che porta ipso facto a un aumento dei tassi di interesse da versare ai creditori. Ancora una volta la Grecia di Syriza ne è il migliore esempio.


I governi stessi non hanno fatto niente per nascondere la sottomissione a queste «agenzie di rating», giudizi che fino a non molto tempo fa avevano la pretesa di basarsi su criteri di trasparenza e onestà. Al contrario, i governi hanno fatto di tutto per accreditare questi attori della finanza, i quali, con la complicità degli Stati, hanno svolto un ruolo così importante nella globalizzazione. Sono arrivati a concedergli un potere assoluto per poter meglio dimostrare la loro impotenza a resistergli. In gioco c'era la credibilità degli Stati nei confronti dei mercati, eretti a giudici supremi proprio attraverso le agenzie di rating.


Gli Stati europei, per fare meglio, si sono trasformati in agenti diretti della repressione finanziaria nei confronti di quegli Stati che non seguivano la strada della completa sottomissione alle esigenze dei creditori. La crisi ha così mostrato che il governo non era altro che il factotum del capitalismo finanziario. Come ha ben messo in evidenza Rawi Abdelal, dopo che negli anni Ottanta gli Stati hanno rimesso il potere al capitale introducendo le regole della completa liberalizzazione, è il capitale che ormai deve essere protetto da parte dello Stato, non le popolazioni. Governare attraverso la crisi significa rivolgere quest'ultima a vantaggio delle classi che in un modo o nell'altro vivono del capitale. Le une vogliono conservare e soprattutto estendere le condizioni più favorevoli alla rendita finanziaria su scala globale, mentre le altre vogliono accrescere la pressione diretta sui lavoratori nelle imprese che controllano.


Quanto al «miracolo» del debito pubblico, esso consente il trasferimento di risorse dai più poveri verso i più ricchi grazie alle misure di austerità messe in campo dagli Stati stessi. È la conseguenza logica di una politica che è consistita nel finanziare lo Stato attraverso i prestiti sui mercati finanziari. Trasferire finanziariamente il costo della crisi dagli azionisti privati ai contribuenti, detto altrimenti passare da una crisi del debito privato a una crisi dei «debiti sovrani», è stato un capolavoro di questa modalità di governo attraverso la crisi. Un modo di governo che si è perfezionato ed è diventato sistematico. L'orizzonte del neoliberalismo è ormai da tempo quello della «tassazione zero» per le grandi imprese, compensata dal trasferimento della totalità del carico fiscale sulle famiglie povere e della classe media.


Questo meccanismo non è a sua volta estraneo all'accelerazione della finanziarizzazione dell'economia e della sua cronica instabilità. La flessione della domanda delle famiglie è stata mascherata dall'indebitamento privato e dalle spese sontuose delle classi ricche (immobiliare residenziale, opere d'arte, prodotti di lusso, grandi cilindrate, barche...) alimentando altrettante bolle speculative che gonfiano artificialmente il Pil a vantaggio delle spese pubbliche realmente utili a tutti. Appunto, è un sistema di interessi oligarchici a produrre e a riprodurre la crisi, la quale se ne nutre e qui trova la molla per il suo stesso ampliamento.


Pierre Dardot, Christian Laval [traduzione per DeriveApprodi: Ilaria Bussoni]

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