L'uccisione della madre



Durante le parentesi di relativa semilibertà del marzo scorso, ovunque la gente usciva appena poteva, tranne che nell’Isola delle Femmine. Queste righe nascono da una mia osservazione. L’Isola delle Femmine è la Sardegna, dove (contrariamente a quanto dicono i media) non si è approfittato affatto dell’ora d’aria concessaci in marzo, la cosiddetta zona bianca subito riconvertita in rossa.


Ho visto, su tutti i media possibili, vie e piazze strapiene di gente nelle città italiane, anche in zona rossa, ma non in quelle sarde che mi stavano davanti agli occhi. Il motivo è che questa è l’Isola delle Femmine.

Le società pastorali (e anche questo va contro un diffuso pregiudizio) sono matriarcali. Il pastore che sta fuori di casa per sei mesi l’anno sarà capace di sopravvivere a una natura ingrata con il solo ausilio di un coltello, ma chi conduce la casa in quei sei mesi è la moglie, la matriarca. Lo si vede anche dal suo aspetto. Non il pastore, ma la maestrina è la vera padrona della società sarda, una società castrante dove la principale causa di emigrazione non è la povertà, ma il desiderio di emancipazione dell’individuo.


E cosa vuole la maestrina? La maestrina fa un ragionamento semplice: se una cosa è buona, più ce n’è, meglio è. Senza limiti. La sicurezza è una cosa buona? Allora ci vuole più sicurezza. Sempre di più: non è mai troppa. Usare le cinture di sicurezza è meglio che non usarle. Allora usiamole. Renderle obbligatorie è meglio che usarle e basta. Allora rendiamole obbligatorie. Con le telecamere, è più facile controllare che qualcuno non sgarri. Allora mettiamo le telecamere. Dieci telecamere sono meglio di una. Allora mettiamone dieci.

Non prendere un virus è meglio che prenderlo. Allora non prendiamolo. Se per non prenderlo devo stare a casa, allora è meglio stare a casa. Se per stare a casa devo far fallire l’economia, allora è meglio far fallire l’economia. Il tutto con perfetta consequenzialità logica, e con il dito accusatore della maestrina in perenne oscillazione. Questo dito è rappresentato nella statua nazionale dell’Isola delle Femmine, quella di Eleonora d’Arborea a Oristano: guardatela e ditemi se non è la statua di una maestrina.


Più uguale meglio: è questo il principio logico fondamentale della maestrina, nonché di una società femminilizzata. Da notare che questo principio sta dietro a tutti i meccanismi di fondo della modernità: l’accumulo del capitale, il progresso della tecnica, l’affinamento delle tecniche di controllo. Più ce n’è, meglio è: e se per accumularlo devo danneggiare qualcuno, è un danno ineluttabile, e se lo contesti eccomi pronta col mio ditino (guardare ancora la statua). Un’arma, il ditino, contro la quale in una società femminilizzata non c’è difesa, arma più inesorabile delle bombe.


Intendiamoci, dietro questa inesorabile logica femminile c’è una ragione più che nobile: impegnata in una lotta eterna contro un nemico infinito –la morte-, la donna deve a sua volta agire infinitamente, senza limiti, sempre nella stessa direzione. Ogni palmo strappato alla morte è solo la base di una nuova conquista. E la sicurezza è –chi può negarlo?- un palmo di spazio strappato alla morte, il nemico assoluto.


L’accumulo è femmina: lo diceva anche Esiodo, che nei suoi versi misogini sogghignava all’astuta moglie che, dopo aver intrappolato l’uomo nel giogo matrimoniale, si appropria dei suoi guadagni e li accumula nell’angolo più nascosto della casa, dove solo lei sa cosa c’è. L’accumulo è anche tipico dell’uomo-soia, la versione postmoderna e postumana della femmina. Prototipo dell’uomo-soia è Mida, il re imbelle che trasformava tutto nell’imbelle oro, convinto che, siccome l’oro è buono, allora più ce n’è, meglio è; e finì ucciso da quello stesso oro. Perché, alla fine, un limite ci deve essere. Nessuna cosa è tanto buona da non diventare cattiva se ce n’è troppa. L’accumulo, a un certo punto, deve essere semplicemente fermato. Se necessario, con la forza. Se necessario, disperdendo il bene accumulato, e obbligando a ricominciare l’accumulo da zero. Questo vale anche per la sicurezza.


Ma finchè vivremo in una società femminilizzata (o capitalista: è lo stesso, come si è visto), finchè sarà l’uomo-soia a gestire il mondo sulla base delle sue priorità, l’accumulo, questa crescita tumorale di cose in sé buone (ricchezza, sicurezza, tecnica) non finirà mai. E porterà alla peggiore delle sorti, la consunzione tumorale del corpo. Fermare l’accumulo, dare un taglio alle pretese femminili (in sé ottime) di accrescere all’infinito ciò che è buono, è il compito del maschio. Il maschio serve solo a questo: se fosse solo un portatore di cromosoma Y, ne basterebbe uno ogni mille femmine, come tra le api e altri insetti. La natura stessa, creando popolazioni equilibrate di maschi e femmine, ha dato un’indicazione diversa.


Ma il maschio è morto, anzi si è suicidato. L’uccisione del padre, suggerita dal Serpente Freud e consumata dal Sessantotto, è in realtà il suicidio del maschio. Uccidi il padre, fotti tua madre, significa in realtà: uccidi te stesso e sottomettiti sessualmente alla femmina. (Perché nell’incesto, che si pratica veramente e frequentemente come ben sanno gli psichiatri, la parte dominante, abusante, è quella più anziana).

Freud guardò l’abisso: quello del suicidio, fatto passare serpentinamente per liberazione. Non guardò però un altro abisso, il vero tabù innominabile del nostro tempo: che non è l’uccisione del padre, ma l’uccisione della madre. La società come la conosciamo nasce dall’abolizione del matriarcato, della ginecocrazia plebea. L’uccisione della madre. Il Sessantotto che compirà questo secondo atto psicanalitico (solo simbolicamente, come Lacan comanda) sarà la sola vera rinascita. Una rinascita truce, dolorosa e segreta, come tutte le nascite. Non se ne vedono per ora le premesse, non si vede cioè un Freud che lo predichi. Freud è stato uno Zeus al contrario, è stato l’annunciatore del ritorno del regno incestuoso dei Titani. Lo Zeus della soia: a quando il Freud della carne?

Il Titì (dal blog Latervm)

Post recenti

Mostra tutti