L'Italia dalla lira all'euro: una serie di "sfortunati" eventi... /2



[di Paola Musu - segue dalla prima parte]


Converrà puntare l'attenzione sul particolare contenuto del discorso tenuto nel febbraio 2011 da colui che, in quell’autunno, sarebbe stato nominato a capo dell'instaurando governo “tecnico”. Egli afferma: «L’Europa ha

bisogno di crisi, di gravi crisi per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono per definizione cessione di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle, perché c’è una crisi in atto visibile e conclamata [...] Ma quando una crisi sparisce, rimane un sedimento perché si sono messe in opera istituzioni, leggi ecc., per cui non è pienamente reversibile [...] Certamente occorrono delle autorità di enforcement, rispettate, che si facciano rispettare, che siano indipendenti e che abbiano risorse e mezzi adeguati. Oggi abbiamo in Europa troppi governi che si dicono liberali e che come prima cosa hanno cercato di attenuare la portata, la capacità di azione, le risorse e l’indipendenza delle autorità che si sposano neces-sariamente al mercato in un’economia anche solo liberale».


Alla luce degli avvenimenti che si sarebbero succeduti di lì a poco, il tenore di quel discorso suscita non poco sgomento: si argomenta di crisi indotte al fine di portare uno Stato, ed i suoi poteri politici, a cedere sovranità, perché il «costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle»; si parla di «autorità di enforcement» indipendenti e dotate di «risorse e mezzi adeguati» in grado di condurre simili azioni… Chi sono queste «autorità» che attuano condotte di dichiarata “imposizione” (enforcement), dunque coercizione, nei confronti dei «governi», del «potere politico» e dei «cittadini»? Da dove attingerebbero le «risorse e i mezzi adeguati» per le loro azioni?


Da notare che l’oramai divenuto capo del governo “tecnico” rese alla trasmissione GPS della CNN, andata in onda domenica 20 maggio 2012 a margine del G8, un’intervista la cui trascrizione integrale, in lingua inglese, era rinvenibile nel sito ufficiale del Governo Italiano (qui la trascrizione riportata dalla CNN e qui il video). In essa si legge chiaramente la seguente affermazione: «Stiamo in realtà distruggendo la domanda interna attraverso il consolidamento fiscale».


Distruggere la domanda interna, significa distruggere l’economia, travolgendone il circuito economico interno. Perché il capo di un governo attuerebbe con siffatta consapevolezza una simile politica?


Sempre in attinenza ai suddetti fatti, si veda quanto riferito dall’allora senatore leghista Massimo Garavaglia in occasione di un convegno a S.Ambrogio (in provincia di Torino il 21 settembre 2012) e riportato anche da alcuni organi di stampa. L’On. Garavaglia, allora vicepresidente della Commissione Bilancio al Senato durante l’ultimo governo Berlusconi, riferisce che il 10 novembre 2011 (il giorno prima il futuro capo del governo “tecnico” era stato nominato senatore a vita), mentre si trovava in Commissione Bilancio a chiudere la finanziaria, gli ispettori della Bce e di Bruxelles si sarebbero presentati per interrogare lui e i suoi colleghi di partito, perché l’Italia era sotto inchiesta. Il leghista riferisce che alla fine gli uomini di Bruxelles avrebbero chiesto loro se fossero disposti a sostenere l’instaurando governo tecnico e il suo capo designato. Il senatore riferisce di aver risposto: «Mah, vedremo, c’è un governo in carica, se cade vedremo chi verrà nominato e decideremo». Quelli avrebbero obiettato che quel governo sarebbe stato fatto, appunto, e chiesero ancora se lo avrebbero sostenuto. Al che Garavaglia avrebbe risposto: «No, non funziona così. Noi siamo stati eletti in una maggioranza: se la maggioranza non sta più in piedi si va e si vota e il popolo decide chi governa». A questo punto i suoi interlocutori avrebbero ribattuto che non si erano capiti, e che se non avessero sostenuto quell’instaurando governo loro non avrebbero comprato i nostri titoli per due mesi e saremmo andati in fallimento.


Il 12 aprile 2013, a Roma, in occasione di un convegno (si veda qui, in particolare dal minuto 1.14.00 a 1.15.50), l’ex deputato Guido Crosetto riferì che alla fine del suo intervento alla Camera, nel luglio del 2012, durante la discussione per l’approvazione della legge di ratifica dei trattati relativi al MES e al Fiscal Compact - discussione nella quale si era schierato apertamente contro la ratifica degli stessi - un altro parlamentare, seduto davanti a lui, dopo avergli fatto i complimenti per l'intervento, avrebbe aggiunto: «Ma perché ti vuoi mettere contro tutto il mondo che conta?» Cosa è questo «mondo che conta» cui quel parlamentare avrebbe alluso? E se l’On. Crosetto si è messo contro questo mondo, è lecito supporre che il resto del Parlamento ne sia stato condizionato nella sua autonomia e indipendenza? E per quanto tempo, e in quali occasioni? E ancora, come sopra, esiste un collegamento tra questo «mondo che conta» e le «autorità», l’«organizzazione» o la «struttura» di cui si parla nelle citazioni che abbiamo fin qui riportate?


Si torni ancora indietro negli anni per un attimo, quando (in particolare dalla metà degli anni ottanta) iniziano ad affacciarsi, nell’ambito delle prassi di gestione del debito, nuovi “prodotti” finanziari: i derivati. Si potrà forse aggiungere un ulteriore probabile tassello a quanto già richiamato.


La sintesi estrema di questo processo potrebbe essere la seguente. Uno Stato viene indebitato artificialmente dalla finanza, dopo che gli sono stati sostanzialmente sottratti ampi margini di manovra monetaria impedendo alla sua banca centrale di intervenire sui mercati e costringendolo ad operare in un sistema di cambi fissi (si ricordi l’ingresso nello SME e il “divorzio” Tesoro-Banca d’Italia). Con il colpo di grazia di un attacco speculativo da “tempesta perfetta” (1992, attacco speculativo alla lira), quello Stato viene avviato alla fase finale, ossia alla rinuncia agli utili da emissione monetaria (rinuncia alla propria moneta), con tanto di smembramento e polverizzazione del proprio patrimonio (privatizzazioni e cessioni “omaggio” del patrimonio industriale e immobiliare, dopo il prosciugamento di quello finanziario, con perdita, oltre che delle fonti di approvvigionamento monetario, anche delle migliori “garanzie” di credito). Contemporaneamente, lo Stato in questione cede fette importanti di sovranità in ossequio a quel processo di «decostituzionalizzazione», «decostruzione progressiva dello Stato» e di «reingegnerizzazione del potere» descritti dalla Spinelli (vedi prima parte) e da Scarpinato.


Privato quindi, infine, dell’unica reale fonte di approvvigionamento delle risorse finanziarie necessarie alla sua stessa sopravvivenza (gli utili da emissione monetaria, di cui ora si avvantaggia la sola BCE, grazie all’introduzione della moneta unica ed al SEBC, e, pro quota, le già banche centrali nazionali, oramai privatizzate), lo Stato viene così consegnato nelle mani degli operatori finanziari: quelli che la Cannata, in audizione alla Camera il 10 febbraio 2015, chiama gli «Specialisti». Paga loro sia la liquidità che questi gli prestano, attraverso l’acquisto di btp, sia il loro stesso impegno ad acquistare btp ad un dato tasso, per un dato periodo, e varianti sul tema (derivati), spesso magari con un doppio livello di tassi di interesse da onorare: uno sull’emissione dei btp e l’altro sui derivati. Quando poi non si incappa in veri e propri “castelli” di ingegneria finanziaria, con i loro connessi ulteriori lacci debitori, che possano stringersi nei passaggi di livello collegati ad eventuali cartolarizzazioni di questi prodotti, dipendenti dal mero arbitrio dell’emittente.


Stando alle stime emerse sulla stampa nel 2015, sembrerebbe che il “buco” sui derivati sottoscritti dal Tesoro italiano sarebbe ammontato, almeno a quella data, a circa 42 miliardi. Secondo alcuni articoli di stampa [1] sempre del 2015, l’allora primo dirigente della Direzione del Tesoro, deputata al controllo del debito, riferiva che nel quadriennio 2011-2015 la perdita sui contratti in derivati si sarebbe attestata a circa 12,4 miliardi. Non specificava se si trattasse di un importo complessivo del quadriennio o di una media, ma il sospetto in favore di quest’ultima opzione è forte, perché se si moltiplica 12,4 per tre si copre praticamente il costo della manovra del governo tecnico nel triennio 2012-2014. Il che si accorderebbe anche con l’altro dato, relativo al ben noto avanzo primario del bilancio dello Stato ed all’esplosione del debito a causa degli interessi

passivi. Ne deriva che, in sostanza, dopo aver prosciugato le risorse dello Stato, si stanno prosciugando quelle dei cittadini attraverso manovre che hanno il solo scopo di apportare risorse agli “Specialisti”: è lo smantellamento dello Stato.    


Il prossimo tassello non è escluso sia quello descritto da Guido Crosetto e Marco Zanni su Libero l'11 febbraio 2017 (vedi foto qui sotto): «Prima, togliendo la sovranità monetaria e professando l’indipendenza della Bce faccio in modo che il debito pubblico diventi un problema, poi con le regole dell’Unione bancaria ti affosso il sistema finanziario e infine mi prendo tutto (usando anche i tuoi soldi detenuti dal Meccanismo Europeo di Stabilità) con un commissariamento e ti mando la Troika».



Alla luce di quanto detto fin qui, appare ugualmente dubbia l’approvazione, a stretta maggioranza, nel 2005, della legge elettorale meglio nota come “Porcellum”, che introdusse norme che la Corte Costituzionale con la sentenza N° 1/2014 ha dichiarato essere incostituzionali, ed attraverso le quali era possibile stabilire, di fatto, un pieno controllo dei componenti della classe politica istituzionale. Da questo controllo alla possibilità di un “controllo” delle istituzioni stesse, all’ombra di un velo di apparente legittimità, il passo è brevissimo. Questa “possibilità” di controllo è tanto più pericolosa quando ad essere coinvolto è il potere legislativo, il quale va ad incidere sugli stessi equilibri e struttura dello Stato (basta ricordare i recenti interventi sulla Carta Costituzionale, l’ultimo dei quali di recente scongiurato, ma solo perché la parola è passata al popolo: il Parlamento, nominato proprio in forza del “Porcellum”, in realtà l’aveva approvato).


Scrive il già citato Roberto Scarpinato ne Il Ritorno del Principe (pag. 20): «Il Parlamento, come è noto, è eletto dal popolo solo formalmente. In realtà è “nominato” da ristrettissimi gruppi, una trentina di persone in tutto; componenti organiche del Palazzo, come lo definiva Pasolini, o del “circolo dei grandi decisori”, come gli analisti del potere definiscono i luoghi nei quali un ristretto nucleo di detentori del potere reale assume decisioni che poi vengono ratificate nei luoghi formali del potere istituzionale. Grazie alla nuova legge elettorale [riferimento al “Porcellum”, ma ben poco è cambiato in quella che lo ha sostituito] che ha abolito il voto di preferenza, gli elettori non possono scegliere i rappresentanti da eleggere, ma solo ratificare a

scatola chiusa le scelte effettuate dall’alto, compresi personaggi impresentabili e pregiudicati. È stato spezzato il rapporto con il territorio dei parlamentari i quali non rispondono al popolo, ma solo ai loro nominatori ai quali devono subordinarsi, ben sapendo che qualsiasi disobbedienza può essere pagata a caro prezzo mediante la futura esclusione dalle liste dei candidati da rieleggere a scatola chiusa. Si è

restaurata così la nomina octroyé del Parlamento che veniva graziosamente concessa dai sovrani assoluti prima delle rivoluzioni borghesi».


Sempre Scarpinato, a pag. 25 dello stesso libro: «I vertici della piramide politica sono spesso collegati

trasversalmente ai vertici di altre piramidi – i poteri reali del Paese e quelli internazionali – in un’unica trama che si ricompone variamente dando vita a un sistema globale che, essendo basato sul controllo di pochi sui molti, tracima spesso nell’abuso organizzato dei pochi ai danni dei molti, producendo ingiustizia e sofferenza

sociale».


Il resto della storia dovrebbero scriverla i “Giusti”: ora sarebbe il loro turno. Alla luce degli eventi contingenti, ognuna delle evidenze rilevate, ed il loro inesorabile concatenarsi, assume connotati ancor più tragici, oltre che non più ignorabili. Non si tratta più solo, per citare Platone (La Repubblica, VIII), del triste epilogo della democrazia che «muore per abuso di se stessa. E prima che nel sangue, nel ridicolo». Non ci siamo solo (sempre citando Platone) coperti di fango, accettando di farci servi di uomini di fango per poter continuare a vivere e ad ingrassare nel fango. Peggio, abbiamo calpestato ciò che siamo, da dove veniamo, la ragione e lo

scopo del nostro esistere, vivere e morire. Prigionieri della paura indotta, siamo caduti nella trappola, tesa globalmente, di cedere il passo alla vita per timore della morte: chi ha paura di morire ha, prima di

tutto, paura di vivere. Questo DEVE ESSERE il tempo degli eroi: possiamo esserlo tutti. [2 - fine]


Paola Musu


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