Inclusione: la parola magica per imporre l'esclusione del dissenso

dal blog Giubbe Rosse


La prova conclusiva che la neolingua è diventata l’idioma comune al giorno d’oggi è data dal fatto che i fanatici dell’inclusione sono i primi a rallegrarsi dell’esclusione dei loro avversari dall’agone politico. Li avete forse sentiti alzare la voce durante l’ultimo anno per difendere il diritto di espressione delle migliaia di account eliminati, censurati o oscurati dalle reti sociali? Per difendere chi oggi è oggetto di persecuzioni giudiziarie, perquisizioni o altre forme di intimidazione giuridica per aver osato criticare il capo dello stato, la narrativa ufficiale sulla pandemia o la regolarità delle elezioni presidenziali americane? Per prendere le difese di chi blocca un’autostrada o va in piazza per chiedere la fine dei lockdown? No, vero? E nemmeno li sentirete. Questo perché l’inclusione che essi sottintendono è essenzialmente solo la propria, mai quella dei propri avversari, per i quali, anzi, sono i primi a chiedere l’esclusione come misura necessaria per consentire quella che definiscono la “convivenza sociale”. Chi non si allinea alla loro visione della società e del mondo, che per postulato considerano l’unica vera, giusta e legittima, deve essere necessariamente escluso in quanto rappresenta una minaccia.


Quella che, a prima vista, potrebbe sembrare una contraddizione in realtà non lo è affatto. Il modello di società a cui le élite progressiste aspirano oggi non prevede in nessun caso gli stessi diritti per tutti (incluso il diritto di espressione e il diritto di voto) e le stesse opportunità per tutti. Quello a cui anelano è esattamente il contrario: un modello con corsie preferenziali per se stessi a livello giuridico, sociale, politico e, ovviamente, etico sulla base del presupposto, non dimostrato ma implicito, della propria superiorità morale. Quello a cui aspirano è una società nella quale sono essi stessi a decidere per tutti gli altri. La loro morale non solo non disdegna, ma addirittura postula il double standard. Quello che vale per loro non può e non deve valere per chi non fa parte del loro clan e viceversa. È una società in cui la morale cambia dall’oggi al domani a seconda delle circostanze, ma puntualmente e invariabilmente conferma sempre i loro interessi, il loro bias, la loro convinzione di stare dalla parte della verità e della ragione. Ciò che sta bene a loro deve stare bene necessariamente anche a tutti gli altri. Chi non si allinea può solo scegliere tra adattarsi remissivamente o accettare di essere escluso coercitivamente dal consesso civile. Decidiamo noi perché noi siamo nel giusto. Punto.


Consapevolmente o inconsapevolmente, siamo a pieno titolo nel modello di società predicato da Hayek, quello, cioè, in cui la minoranza è chiamata “naturalmente” a guidare la maggioranza. O, per citare von Mises, quello nel quale lo Stato deve servire a “costringere con la violenza ad adeguarsi alle regole della convivenza sociale chi non vuole rispettare la vita, la salute, o la libertà personale o la proprietà privata di altri uomini”. Quando si parte dal presupposto di rappresentare sempre e comunque il Bene, la ragione, la verità ultima, sia essa politica, sociale, morale o, ultimamente, anche scientifica, è inevitabile che tutto ciò che si oppone o non è assimilabile a quel principio venga percepito come una minaccia esistenziale e, come tale, venga combattuto con ogni mezzo, lecito o illecito, costituzionale o anticostituzionale. Il dissenso finisce così per essere equiparato fatalmente al terrorismo, che, appunto, minaccia la sicurezza e l’esistenza stessa della società. Con i terroristi, come noto, non si tratta: li si esclude e basta.


La presunta battaglia contro la “discriminazione delle minoranze”, come sono soliti chiamarla, a ben guardare è solo la sovrastruttura con la quale le élite progressiste cercano oggi di imporre se stesse alla guida della società. Un modello, il loro, che non potrebbe essere più elitarista e anti-egualitario, ma che in questa fase di transizione, in cui la democrazia resiste per ora sul piano formale, ha ancora bisogno della giustificazione morale della “battaglia in favore dei più deboli”. Se ci sarà da violare regole o da calpestare la costituzione, lo si farà senza pensarci due volte. Questo perché l’alternativa sarebbe il complottismo, il sovranismo, il fascismo, il comunismo, l’intolleranza, l’omofobia, la guerra tra i popoli, la fine del pianeta. Insomma: l’incarnazione del Male. Dopo di noi, il diluvio.


Ben presto, però, anche questa sovrastruttura diventerà superflua. Non appena la nuova classe liberal-progressista avrà completato l’occupazione del potere e avrà imposto i suoi modelli e i suoi valori come i nuovi paradigmi sociali, politici, economici ed etici, anche la giustificazione morale addotta fino a quel momento per la scalata al potere (ossia difendere i più deboli) perderà ogni utilità. Apparirà chiaro a tutti, allora, anche ai meno perspicaci che si ostinano a lasciarsi irretire da etichette e parametri obsoleti come “sinistra” e “destra”, che i veri deboli sono, se mai, quelli che resteranno fuori da tale progetto. Milioni di esclusi che i paladini dell’inclusione si guarderanno bene dal cercare di includere, se non quando tornerà loro comodo per consolidare il proprio consenso. Per molti che oggi difendono quelle battaglie convinti di lottare per il Bene sarà un triste risveglio. Ma è il destino degli schiavi combattere le guerre decise dai propri padroni e sacrificarsi sul campo per consegnare loro la vittoria.


Filippo Nesi (13 maggio 2021)

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