Il viceministro Sileri vuole vivere per sempre




Il viceministro Sileri vuole vivere per sempre. In una recentissima trasmissione televisiva, il senatore Mattia Crucioli (L'Alternativa C'è) ha provato a esporre le ragioni della sua opposizione al Green Pass di fronte a un nutrito gruppo di voci a lui contrarie. Fra queste spiccava quella del sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri che non ha perso troppo tempo su questioni specifiche, ma ha preferito andare direttamente a uno dei cardini di questi quasi-due anni di pandemia: è un dovere morale fidarsi dei medici. Vox populi, vox dei, paiono passati decenni da quando chiunque si lamentava di essere incappato in un “medico che non ne capisce nulla”. Per definizione, in tempi di emergenza, ogni medico è il migliore dei medici possibili, competente col bollo e in ogni branca della medicina. Sileri ha però dimostrato onestà intellettuale: fidati di me in quanto medico, ha detto al collega, perché se avesse detto fidati di me e basta ci sarebbe stato da sorridere, dato che in parlamento Sileri ci è arrivato grazie ai voti contrari all'austerity, all'ortodossia europeista, al vincolo esterno, al PD, e invece col PD ci siede ora, e da parecchio tempo, al governo, in un governo guidato dal vincolo esterno fattosi carne.


Fidati di me, non dei numeri che ti dico e che, in quanto – fi-gu-ria-mo-ci! –medico, comprendo, ma fidati di me che un domani vaccini di questa tipologia (immagino intendesse a mRNA) ti salveranno dal cancro e sarai lì a implorare di riceverlo. La fine è sempre più lontana, insomma, oggi rendiamo impossibile al Covid ucciderti, domani renderemo impossibile al cancro farlo. Appare, in parole buttate lì per noia, un elaborato lapsus: la vocazione salvifico-religiosa di buona parte della vicenda Covid. Strillava, sempre nei salotti televisivi, la deputata di Forza Italia, Licia Ronzulli, che certo buona parte dei morti a causa del Covid erano persone anziane e fragili, ma forse senza il Covid non sarebbero morte. Come Jacques De La Palisse, che prima di morire era vivo. Luciano De Crescenzo, a questo proposito, si è spento nel luglio del 2019 a causa di una polmonite; le polmoniti sono perlopiù di origine virale o batterica, quindi qualcuno lo avrà pur contagiato e se non lo avesse fatto, allora Napoli piangerebbe un suo figlio in meno. La stessa causa si è portata via mio nonno, a 96 anni, così come si porta via tante persone ogni anno.


La normale influenza stagionale uccide ogni anno un numero imprecisato di persone, certo discretamente meno rispetto al Covid, ma pur sempre persone che se non fossero morte sarebbero vive. Si va a spanne: secondo alcune stime fatte a posteriori, nelle peggiori stagioni i morti causati dall'influenza possono anche andare in quintupla cifra. Immaginate quante vite si salverebbero se ogni stagione influenzale noi facessimo un po' di buona e sana didattica a distanza. O se a gennaio imponessimo il coprifuoco, se a febbraio chiudessimo i bar alle 18 e se per i primi quindici giorni di marzo vietassimo di cenare in ristorante. Mio nonno senza quella polmonite non sarebbe morto a 96 anni... o forse sì. Non in quel momento esatto e forse neppure in quel giorno, poniamo pure in un altro mese, ma morire si muore. E se domani verrà il vaccino contro il cancro, così come le cure risolutive contro questa o altre patologie, le accoglieremo con la gioia, come accogliamo con gioia qualsiasi cosa permetta di ridurre la mortalità da Covid. A quanti però resterà ancora chiara l'idea che la morte, non per Covid, non per cancro, non per polmonite, un giorno arriverà? Un giorno tanto più vicino quanto si invecchia.


Ernst Cassirer ci ha insegnato che l'uomo è un animale simbolico: crea forme simboliche per dare un senso al mondo e la scienza è proprio una di queste. È però quella forma che nasce in opposizione al mito e a qualsiasi spiegazione sovrannaturale dei fenomeni fisici, forse nelle colonie ioniche del VI sec. a.C., quando dei pensatori in gran parte sconosciuti posero la razionalità a fondamento della loro indagine. È estremamente curioso, quindi, che da due anni sentiamo parlare di miracoli della scienza, essendo il miracolo l'evento che sfugge all'ordine naturale delle cose. Però tutto è possibile quando si realizza quel genere di situazione che William James ha definito “The moral equivalent of war”: non una guerra di coscrizione, eserciti, armi, sangue, ma il suo equivalente morale. Una situazione in cui, in assenza di guerra, è concesso tutto ciò che è normalmente concesso in guerra, pena il proprio annientamento: lo stato di eccezione.


Le guerre però, prima o poi, finiscono e questo dovrebbe valere anche per i loro equivalenti, come quello che stiamo vivendo. Resterà da chiederci se il viceministro e chi, molto più in alto di lui, persegue la sua stessa via, si renderà conto che la guerra alla morte finisce come tutte le cose umane: senza uscirne vivi. Il 1968 ha riabilitato Friedrich Nietzsche, un filosofo di enorme importanza, ma che si portava addosso, involontariamente, lo stigma nazista. Speriamo che il 2020 riabiliti Martin Heidegger, perché probabilmente la sua è la riflessione di cui abbiamo maggiore bisogno oggi quando ci appare quanto mai chiaro che soltanto un Dio ci può salvare.



Maurizio Cocco (11 novembre 2021)

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