Il medium è la scuola (riflessioni sulla DaD)



In questi ultimi 15 mesi, la didattica a distanza è passata, almeno qui in Italia, da oggetto non identificato a tema sulla bocca di tutti. Se ancora qualche parola del nostro vocabolario dei giorni contemporanei può essere sfuggita a qualcuno, non c'è italiano che non abbia pronunciato, o sentito pronunciare, questo sintagma: da studente, da docente, da genitore, da persona qualunque in un mondo che accelera il suo cambiamento. In una recente intervista, il ministro dell'Istruzione, Bianchi, ha introdotto l'idea che la didattica a distanza non è destinata a essere passeggera, ma a lasciare una certa eredità, o un'occasione, come dicono i più entusiasti. Queste ottime considerazioni di Ugo Bardi spingono però ad affrontare la questione a un livello di analisi più alto, rispetto a quello a cui ci siamo abituati.


Il confuso tamtam mediatico ha (intenzionalmente?) mischiato le carte, alternando una versione e la sua opposta, lanciando anatemi nei giorni pari e dispensando maledizioni in quelli dispari. La didattica a distanza è parso il futuro che ci attende o un presente da superare rapidamente, è stata efficace oppure talmente dannosa da richiedere lezioni in presenza d'estate per recuperare, una panacea e un palliativo. In questo marasma uno dei punti cruciali è stato quello dell'improvvisazione e, di conseguenza, della formazione dei docenti. Per esperienza personale e, in un certo qual modo mio malgrado, so bene di cosa si parla quando si parla di formazione dei docenti, essendo passato per tutti i recenti gradi di questo processo in Italia: dal tirocinio formativo attivo, alle attività dell'anno di prova, fino alla formazione in itinere. Dal punto di vista dei contenuti, la formazione è data per scontata o per appresa: praticamente nessuna attività è dedicata a questo cruciale aspetto della professione di un insegnante, aspetto al quale tempo prezioso è sottratto per adempiere a impegni burocratici o ad attività formative che da questo aspetto sono slegate. La gran parte della formazione è invece legata agli aspetti tecnologici (l'utilizzo dei mezzi quali la LIM o le varie risorse informatiche) comunicativi e pedagogici, attraverso un ventaglio di teorie e pratiche che vanno dal comportamentismo alle tecniche mutuate dal marketing aziendale. Si può perciò azzardare quale terapia si prevede sotto il versante della didattica a distanza: il docente non possiede le tecniche comunicative efficaci per questo contesto di insegnamento, il docente non possiede la capacità di utilizzare a pieno le potenzialità della piattaforma, il docente non è in grado di stimolare lo studente a distanza.


Prima però che, con grande operazione di ipnosi collettiva, i media finissero per essere considerati dei neutri diffusori di neutri messaggi, la sociologia della comunicazione aveva già compreso alcuni meccanismi legati al mezzo che veicola un messaggio. Si scomoda, come di dovere, Marshal McLuhan, per comprendere che nell'età dell'informazione (en passant: straordinaria intuizione di Heidegger, riconosciuta forse solo da John D. Caputo) il mezzo è il messaggio. Non è perciò sufficiente stigmatizzare l'incapacità del docente di adattarsi, il suo vano tentativo di tradurre di fronte allo schermo le pratiche dell'aula scolastica, istruirlo di conseguenza, mediante cura Ludovico, alle buone pratiche. Bisogna invece riconoscere che la didattica a distanza, svolta nella modalità sincrona o asincrona, è altra-cosa rispetto alla didattica in presenza, perché il mezzo è il messaggio.



Ugo Bardi ci invita a pensare alle lezioni (anche se universitarie) come a dei Ted Talks, ed effettivamente quel modello è il modello che funziona in maniera più corretta sul versante della divulgazione a distanza. Se però osserviamo da vicino il modello, ci rendiamo conto di alcuni dettagli che dettagli non sono. Quello che sostituisce l'aula non è lo studio privato, la camera da letto, il soggiorno o la cucina del conferenziere, ma è un vero e proprio studio televisivo, perché dà credibilità, stimola l'attenzione, costruisce l'ambiente di apprendimento. Allo stesso modo è curata la figura di chi parla: dal vestito, alle luci, alla posizione che occupa. E infine è importante l'ausilio tecnologico che permette di inserire, nei momenti esatti, brevi filmati, testimonianze, figure, grafici. Si potrebbe obiettare che questo è estremamente difficile da tradurre nel contesto della scuola italiana; ed è esattamente così, perché la scuola non è un Ted Talk, non è un programma di Rai Storia, non è Alberto Angela che ci porta alla scoperta di siti archeologici, né Alessandro Barbero che ci racconta di Carlo Magno. La scuola è un medium, e trasformarla in altro significa privarla del suo stesso essere scuola.


Sono numerose le ragioni che spingono in questo senso, così come numerosi sono gli incroci di interessi, che vanno dalle grandi multinazionali della comunicazione (e della sorveglianza) che possono così incrementare la loro capacità di estrazione dei dati, al semplice interesse del docente pendolare di dover viaggiare con minore frequenza. Il fronte più possibilista nei confronti della didattica a distanza contesta con tono canzonatorio l'idea che la scuola in presenza sia necessaria almeno per la socializzazione, derubricando questo aspetto a critica veniale, di chi ignora che gli studenti possano comunque frequentarsi. La critica però è ben più profonda così: in una società, come quella a noi contemporanea, in cui le occasioni di fare vita di comunità per un adolescente si sono profondamente ristrette (caduta è la parrocchia, caduto è l'oratorio, trionfa lo sport individuale su quello di squadra, l'associazionismo giovanile è ai minimi storici, quello politico è inesistente), la scuola rappresenta l'ultima esperienza di questo tipo, nonché l'ultima grande possibilità di confrontarsi con le diverse situazioni ed estrazioni sociali che il mondo reale ha da offrire. Dal lato docente, invece, una spinta verso questo tipo di scuola è il definitivo passo verso la trasformazione dell'insegnante nel burocrate. Ci aveva avvertito con un bellissimo libro Marc Crawford (Il lavoro manuale come medicina dell'anima, 2009) sul fatto che il lavoro stesse generando una sempre maggiore alienazione: distaccato dalla pratica, diventava applicazione di routine. Così accade nella scuola, ogni anno maggiormente fagocitata dalle questioni burocratiche, diretta non più da un preside che è primus inter pares, ma da un manager per cui la gestione dei conti aziendali, il mercato estivo degli studenti, e gli obblighi burocratici vengono prima di ogni altra cosa. Progetti, alternanze, educazioni, formazioni sostituiscono la lezione, mentre gli organismi creati per dare rappresentanza (dai consigli di classe al collegio dei docenti) si trasformano in assemblea bulgare in cui la forma digerisce la sostanza. Tutto va bene, tutto passa: figurarsi quale valore avranno questi organi se continueranno a svolgersi a distanza, nel più alienante dei modi.


Maurizio Cocco

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