I cannoni di Bava Beccaris in versione 2.0



Alle sparate di Giuliano Cazzola - imprenditore, politico, ex sindacalista e opinionista da talk show - dovremmo essere abituati. Già nel novembre 2016 dichiarò che di fronte all'avanzata del Movimento Cinque Stelle bisognava «prendere le armi» auspicando un «colpo di Stato dei carabinieri» in caso di vittoria grillina. Salvo poi gridare alla dittatura di fronte a ogni misura a lui non gradita: il governo giallo-verde sarebbe stato ad esempio un regime di stampo sovietico («Sono schifato e depresso. Mi darei fuoco come Ian Palach» diceva sempre in televisione) e l'abolizione dei vitalizi una proposta paragonabile alle leggi razziali del 1938 (con tanto di stoccata all'«opinione pubblica plebea»).


Per non dire delle parole spese su Taranto, quando liquidò come «menate» le notizie sui bambini affetti da tumore per l'inquinamento. Allora, infatti, Cazzola era convinto che non ci potesse essere «una salubrità assoluta» se non nei sogni perversi dell'«ambientalismo straccione», reo di voler porre qualche limite a una multinazionale in nome della salute pubblica. Strano, dunque, che ora marci dietro il vessillo del contagio zero: sta di fatto che la sua violenza verbale è saldamente riversata su chi protesta contro obblighi vaccinali e green pass. Fino alle inaudite parole pronunciate in diretta nazionale l'altra sera sugli annunciati blocchi alle stazioni: «Il ministro Lamorgese richiami in servizio Bava Beccaris che sa come trattare questa gente. Questi terroristi. Richiamiamo il feroce monarchico Bava che con il piombo gli affamati sfamò».


Proprio così. Il simpatico vecchietto che si augurava un golpe contro i suoi avversari ora paventa pericoli eversivo-terroristici da parte dei manifestanti no pass. E può di fatto incitare a sparare sulla folla, ospite di emittenti televisive da anni addestrate al più radicale politically correct dove però i conduttori sembrano inclini a trattare i suoi pericolosi deliri come intemperanze - tutto sommato perdonabili - di un ottantenne senza peli sulla lingua. Inutile chiedersi il perché: quella che Cazzola definisce una «battuta» («è chiaro che non meritano Bava Beccaris» ha poi chiosato «ma meritano la Celere che li bastoni») è parte dei cannoneggiamenti già in atto da tempo contro qualunque tipo di dissenso alle politiche pandemiche. Cannoneggiamenti finora solo metaforici, con buona pace dell'esponente di +Europa, ma in un mondo digitalizzato e mediatizzato - lo sappiamo - anche gli spari virtuali hanno la loro efficacia. Soprattutto se si costituiscono così velocemente in un imponente edificio ideologico aperto a soluzioni repressive.



Certo, il parallelo con la situazione milanese del 1898 è interessante, oltre che inquietante. Erano tempi, quelli, in cui la censura non poteva tollerare che un Labriola parlasse all'Università di «libertà della scienza» né che giornalisti o intellettuali criticassero il governo, terrorizzato allora dall'avanzata socialista. Sono note le motivazioni con cui, in seguito alle giornate richiamate da Cazzola, sarebbe stato condannato il sacerdote Davide Albertario i cui articoli - si scrisse - «gareggiavano cogli altri di violenza così da attaccare con sottile ironia la Monarchia e le istituzioni, seminando l'odio di classe fra contadini e padroni e fra le altre classi sociali». Sì, il famoso odio. In realtà il prete aveva osato scrivere che la rivolta era stata provocata dalla miseria: «Il popolo vi ha chiesto pane e voi avete risposto piombo».


Intanto, però, i circoli di conservatori (ma anche di molti liberali come Cazzola) potevano indisturbati soffiare sul fuoco della paura anti-popolare. Quella che, all'occorrenza, sa trasformare scioperanti o manifestanti in «terroristi»: «la paura ha fatto sì che siamo fuori della legge, e che sia stata sospesa ogni libertà, ogni guarentigia costituzionale» scrisse allora Eugenio Torelli Viollier, costretto a lasciare la direzione del Corriere della Sera perché accusato a sua volta di «spingere il popolo a fare le barricate» mentre la borghesia era «feroce nel giubilo» - parole sue - assieme all'amato generale.


Forse è questo il sistema sognato da Cazzola, e del resto certe dinamiche sono dure a morire. Le eroiche battaglie contro l'hate speech - è ormai evidente - sono state riesumate da un armamentario retorico ben rodato per criminalizzare le voci critiche, specie se vicine ad istanze popolari diffuse, e conservare alla fabbrica delle opinioni il diritto esclusivo di spargere odio. Per le ragioni "giuste", s'intende, cioè quelle di un potere politico-finanziario trasversale e sempre più intransigente. E in questo acquario nuotano gli opinionisti televisivi nonché i loro padroni di casa: padroni, anche, di allentare le briglie quando si sta all'interno del frame, dove qualunque enormità è concessa. Tutto fa gioco e tutti lo sanno. Sotto le censure che hanno vigilato finora sulle opinioni divergenti affinché non seminassero "odio sociale", i media hanno costruito un racconto della paura presidiato da violenze dialettiche continue, senza evidentemente porsi il problema di inasprire le tensioni palpabili dopo quasi due anni di emergenza. O forse è proprio quello che vogliono?


Di fatto è così che - dopo anni in cui si sono affannati a spiegarci che il dicibile si misura dalle conseguenze che potrebbe provocare - vengono creati dal nulla i nuovi eversori. In realtà portano istanze di rispetto, dignità della persona, libertà di scelta, non discriminazione. Protestano contro uno strumento tutto politico la cui necessità può essere sostenuta solo da argomenti palesemente illogici e a costo di blindare il discorso. Dunque perché soffiare ancora sul fuoco della paura? Per giustificare nuove restrizioni, ulteriori eccezioni alla vita democratica? E finire dove? E qui le boutade à la Cazzola si fanno serissime: davvero è a Bava Beccaris che si vuole arrivare? Con gli spari in piazza, lo stato d'assedio proclamato a difesa dei presunti terroristi, i processi ai non allineati?


L'esito di quei sanguinosi giorni è noto, ed è raccapricciante evocare oggi il famigerato generale passato dalla strage di Milano alle simpatie per il nascente fascismo. Ma, date le condizioni, è soprattutto inquietante. L'Inno del sangue citato a sproposito da Cazzola - ulteriore sgrammaticatura - descrive bene l'orrore scatenato dal Beccaio (così l'avrebbe chiamato un brano assai più recente) e vale la pena rileggerlo per intero:


Alle grida strazianti e dolenti di una folla che pan domandava, il feroce monarchico Bava gli affamati col piombo sfamò.


Furon mille i caduti innocenti sotto al fuoco degli armati caini e al furor dei soldati assassini "morte ai vili!" la plebe gridò.


Deh non rider sabauda marmaglia se il fucile ha domato i ribelli, se i fratelli hanno ucciso i fratelli, sul tuo capo quel sangue cadrà!


La panciuta caterva dei ladri, dopo avervi ogni bene usurpato, la lor sete ha di sangue saziato in quel giorno nefasto e feral


Su piangete mestissime madri quando oscura discende la sera per i figli gettati in galera, per gli uccisi dal piombo fatal.


E quando manifesteranno i tanti disoccupati, gli imprenditori costretti a chiudere, gli affamati da questa gestione politica della pandemia e dalle misure economiche che si annunciano, che faremo, caro Cazzola? Sfameremo col piombo anche loro?


Ognuno ha i modelli che vuole e che merita. E prima che si vieti di dire anche questo - mentre i cannoni 2.0 delle dichiarazioni avvelenate già rimbombano dagli schermi dei talk show - diciamolo: al feroce monarchico e ai suoi tardi estimatori preferiamo e preferiremo sempre la democrazia, la libertà e i diritti. Se ne faccia una ragione il nostro vecchietto: la libertà è più forte, anche del piombo.


G. P.


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