60 anni fa, l'indipendenza in Africa / 3: Congo



FIN DAGLI ANNI VENTI, NEL MEDIO-CONGO, L'AMICALE DI MATSWA SI RIBELLA ALL'ORDINE COLONIALE di Fanny Pigeaud


[versione originale: Dès les années 1920, au Moyen-Congo, l’Amicale de Matswa s’élève contre l’ordre colonial © Mediapart - tutti i diritti riservati. Si ringrazia per la gentile concessione]


Era mezzanotte a Brazzaville, quel 15 agosto 1960, quando l'abate Fulbert Youlou, presidente della Repubblica Autonoma del Congo, dichiarò davanti al ministro francese degli affari culturali André Malraux: «Il nostro ingresso nell'indipendenza si realizza in pace e unità, in completo accordo con la Francia cui rivolgiamo la nostra gratitudine e il nostro affetto». A partire da quel giorno, dopo ottant'anni di colonizzazione francese, il suo paese era ufficialmente indipendente. Il seguito di quella giornata storica fu scandito da vari festeggiamenti, presieduti da Youlou che s'apprestava a dirigere la nuova Repubblica. Ma il processo che aveva portato all'indipendenza era stato davvero così pacifico come aveva inteso sostenere?


Come per la maggior parte delle sue colonie dell'Africa sub-sahariana, la Francia aveva orientato in proprio favore la traiettoria politica ed economica del futuro Congo indipendente. Aveva appoggiato Fulbert Youlou perché era sembrato il più utile a tutelare gli interessi francesi, e gli aveva fatto sottoscrivere «accordi di cooperazione» a proprio vantaggio. In precedenza, però, le autorità francesi avevano dovuto combattere aspramente - fino all'eliminazione fisica - la ben più rilevante figura politica di André Matswa, e proprio su quel crimine era stata in parte costruita l'indipendenza - assai regolata - della Repubblica del Congo.


La storia di Matswa (o Matsoua) s'intreccia a quella dell'espansione francese nel Congo, iniziata nel 1880. Nel 1891 il Congo - ancora denominato Medio-Congo - va a formare insieme all'odierno Gabon la colonia battezzata Congo Francese. Nel 1910 Brazzaville diventa la capitale dell'Africa Equatoriale Francese (AEF), composta dai territori congolesi (Medio-Congo e Gabon cui s'aggiungono Oubangui-Chari e Ciad) che costituiscono ciascuno una colonia. Frattanto s'impone un sistema di appalti: al principio del primo decennio del Novecento, una quarantina di compagnie private si spartiscono il 70% del Congo francese per sfruttarne le risorse, potendo beneficiare di molti diritti e del Codice dell'Indigeno, approvato nel 1887. Lo Stato Francese istituisce inoltre un'imposta per facilitare le loro attività: per pagarla, gli abitanti delle colonie si vedono obbligati a fornire prodotti alle compagnie "concessionarie" per compensi irrisori. Le condizioni di vita dei colonizzati sono sconvolte, tanto più che le compagnie commettono infinite atrocità: «Si conosce meglio ciò che accadeva sulla riva sinistra del fiume Congo, con le "mani mozzate" di Leopoldo II» - osserva Didier Gondola, professore di Storia all'Università dell'Indiana, negli USA - «ma la situazione del Congo francese era segnata da non minori abusi».  


Questo è il contesto in cui cresce André Matswa. Nato nel gennaio 1899 nella regione del Pool, nel sud del Medio-Congo, dopo aver fatto il catechista decide di raggiungere Brazzaville, dove trova impiego presso l'amministrazione delle dogane. Nel 1921 lascia il Medio-Congo con l'idea di andare in Francia. Passa prima attraverso il Congo belga, a Kinshasa e a Matadi dove lavora come scaricatore al porto - spiega Didier Gondola, che ha avuto accesso a un poderoso fondo archivistico francese e su Matswa ha scritto un libro che uscirà nel gennaio 2021 per le Éditions de la Sorbonne.


In seguito fa scalo a Dakar, e qui scopre che gli abitanti dei "quattro comuni" del Senegal (Dakar, Gorée, Rufisque, Saint-Louis) godono di uno statuto speciale in seno all'impero coloniale dell'Africa francese, ossia hanno diritto di voto per l'elezione dei consiglieri municipali e di un deputato: proprio in virtù di ciò, nel 1914, Blaise Diagne era divenuto deputato africano all'Assemblea Nazionale francese. 


Nel 1924 Matswa s'arruola da parte francese nella guerra coloniale contro Mohamed ben Abdelkrim el-Khattabi, nel Rif. «In questa fase è dentro la logica di Blaise Diagne, per la quale bisogna combattere per ottenere la riconoscenza e la cittadinanza francesi", spiega Gondola (Diagne aveva fatto approvare una legge per accordare la cittadinanza francese ai senegalesi reduci della prima guerra mondiale). «Ma Matswa» - prosegue lo storico - «scopre una guerra atroce, in cui l'esercito francese usa armi chimiche e attua bombardamenti aerei sui villaggi del Rif: realizza, con un certo terrore, che la Francia sta facendo guerra a persone come lui».


Finita la guerra, il seguito della sua navigazione lo porta a sbarcare a Marsiglia, dove s'impregna delle istanze anticoloniali panafricane che circolano presso alcuni ambienti di questa città cosmopolita. Infine, nel 1925, Matswa - che si fa chiamare Grenard - arriva a Parigi e qui, mentre lavora come contabile presso un ospedale, frequenta alcune personalità del mondo politico progressista. 


Il 1926 è l'anno che segna per lui l'inizio di una nuova strada: fonda l'Amicale des Originaires de l'AEF, in accordo con le autorità francesi. Quest'associazione si presenta come gruppo di mutua assistenza, ma Matswa ha obiettivi politici. Intende rimediare «allo stato d'inferiorità dei suoi compatrioti rispetto ai bianchi». Scrive a più riprese al presidente del Consiglio, Raymond Poincaré, per denunciare il Codice dell'Indigeno, il sistema delle compagnie concessionarie e delle loro violenze, la stagnazione economica dell'AEF e via dicendo. L'associazione si fa presto conoscere nel Medio-Congo, dove diventa sempre più influente, e dove organizza con successo operazioni di resistenza passiva ai politici dell'amministrazione coloniale. «Dal 1928» - scriverà Le Monde nel 1959 - «i rapporti dei comandanti di circolo riferiscono di diserzioni di massa dei lavoratori dei cantieri pubblici, e di minacce proferite contro gli Europei». Secondo la storica Catherine Coquery-Vidrovitch, L'Amicale rappresenta in questo momento «la minaccia più radicale contro la colonizzazione francese».


Matswa ha la peculiarità - rileva Gondola - di battersi su due fronti, quello parigino e quello panafricano: «Lotta perché gli Africani abbiano migliori condizioni di vita e siano rispettati in Francia, per un ideale panafricano, ma anche per il progresso delle condizioni della classe operaia in Francia. L'altra parte della sua lotta invece è rivolta all'AEF». La sua riflessione va anche oltre la politica: «Matswa capisce che l'emancipazione politica non esiste senza il controllo dell'economia e delle risorse naturali» - prosegue lo storico - «e sa che le compagnie concessionarie sono nell'AEF per rubarne le risorse e trasferirle verso la madrepatria. Vuole che i cittadini dell'AEF ne riprendano il controllo».


Il potere coloniale tenta con ogni mezzo di sabotare l'Amicale: «Importante per il bene dei nostri indigeni dell'AEF è che vengano sottratti all'influenza dei loro consimili che sognano di recitare fra loro il ruolo nefasto d'un Marcus Garvey». Così scrive il governatore generale dell'AEF secondo una citazione riportata da Bruce Mateso nel suo André Grenard Matsoua, les fondements de l'Amicale (Paari, 2020). 


Nel 1929 Matswa viene arrestato a Parigi. «Era diventato incontrollabile» - spiega Gondola - «A un certo punto, per sostenere le finanze dell'associazione, aveva voluto creare un distintivo che sarebbe stato distribuito a tutti gli aderenti. L'amministrazione aveva rifiutato, capendo che sarebbe stato portato ovunque e vedendone i rischi, ma Matswa non si era dato per vinto: aveva scritto lettere su lettere per rivendicare il diritto a portare quel distintivo. Quella era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso».


Da Parigi viene trasferito a Brazzaville e processato per truffa (un falso pretesto). Al termine di un processo-farsa viene condannato a tre anni di prigione e a dieci anni di estradizione dal Medio-Congo. Molti suoi compagni vengono a loro volta condannati. La sentenza provoca rabbia a Brazzaville. Una parte della popolazione decide di liberare i condannati ma viene respinta dalle forze dell'ordine. Matswa diviene «il simbolo del rifiuto di tutto il sistema coloniale» riconosce Le Monde. «Dotato di carisma», «figura liberatrice», egli gioca «un ruolo di primo piano nella mobilitazione dei dominati» osserva l'antropologo Abel Kouvouama nella prefazione al volume di Mateso.


Per protestare contro la condanna di Matswa vengono proclamati scioperi, che si traducono in una diserzione massiva dei posti di lavoro: i cantieri e i negozi si svuotano; a Brazzaville gli approvvigionamenti in derrate che vengono dal granaio che il Pool costituisce non sono più assicurati. Il che non resta senza effetto: Matswa è trasferito in un carcere del Ciad e molti altri amicalistes vengono arrestati. 


«Gran parte dei piccoli funzionari e degli impiegati dell'amministrazione coloniale del Medio-Congo aderivano alle idee dell'Amicale. Le autorità quindi si trovavano dinanzi a un dilemma poiché senza di loro avrebbero avuto problemi a far funzionare l'amministrazione, ma ne deportarono comunque una buona parte il più lontano possibile, verso il Ciad e l'Oubangui-Chari. Gli amicalistes però erano spesso ostinati e pronti a sacrificarsi piuttosto che desistere dalla loro lotta». Così spiega Gondola, il cui nonno, infermiere al Pasteur di Brazzaville, è stato deportato in Ciad nel 1932. L'Amicale viene disciolta nel 1930 dall'amministrazione. 


Nel settembre del 1935 Matswa riesce a scappare dal Ciad e a tornare in Francia, dove prosegue la sua lotta in clandestinità, assumendo diverse false identità. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, disgustato dal nazismo, parte per il fronte. Il 3 aprile 1940, mentre si trova Parigi, in cura a causa di una ferita, viene tratto in arresto ed estradato in Congo. Nel febbraio 1941 viene condannato al carcere e ai lavori forzati a vita. Dopo il suo processo, svoltosi in segreto, «Matswa conosce un vero calvario: viene fatto marciare in catene, come un Cristo caduto, per diverse città città del Pool» racconta Gondola. Viene rinchiuso nel carcere di Mayama, a nord di Brazzaville, dove muore il 13 gennaio 1942 ufficialmente di malattia, più verosimilmente in seguito alle torture subìte. I suoi carnefici lo seppelliscono nottetempo in un luogo rimasto segreto: evidentemente non vogliono che la sua famiglia veda che è stato torturato o che la sua tomba divenga meta di pellegrinaggio.

Tragica ironia, Matswa viene assassinato proprio quando il suo desiderio di vedere l'AEF governato da un nero s'è realizzato: nel novembre 1940 Félix Éboué è stato nominato governatore dal generale de Gaulle.


La morte senza cadavere di Matswa originò varie ipotesi. Essendo Matswa già evaso a varie riprese, alcuni pensarono che fosse scappato di nuovo e che sarebbe tornato. «Prima della sua morte, s'era già creata una leggenda attorno alla sua figura: si pensava che i bianchi non potessero nulla contro di lui, che fosse un uomo fuori dal comune, dotato di poteri mistici» dice Gondola. L'amicalismo lascia spazio dunque al matswanismo, un movimento politico-religioso: «Un Matswa mistico e religioso vedeva la luce, ma non era il vero Matswa» - constata lo storico - «non era quello che voleva riunire tutti i segmenti della società congolese per proiettarla nella modernità e darle la propria autonomia; quello che portava un discorso di liberazione». 


Nondimeno, Matswa continuerà ad esercitare per molti anni una forte influenza sulla vita politica, come spiega l'antropologo Rémy Bezenguissa-Ganga: durante le consultazioni elettorali, «quasi un terzo degli elettori, nella cabina, scrive sulla scheda, come un atto magico, la parola bihissi, che in uno dei dialetti congolesi significa "ossa": questa lapidaria dicitura non ha solo il valore di una sustanziazione, bensì anche di una richiesta: se voi governanti pretendete che Matswa sia morto allora mostrateci o ridateci le sue ossa». 


Alle elezioni legislative del 1956, si registra ancora un 35% di schede che riportano il nome di André Matswa nella regione di Brazzaville. E i matswanisti pongono continuamente problemi all'amministrazione - ormai controllata da un governo congolese - come descritto da Le Monde nel 1959: «Vivendo ai margini della società, alcune centinaia di matswanisti continuano a sottrarsi a qualunque forma di amministrazione (...) S'astengono dal voto, rifiutano di pagare le tasse e di farsi identificare». 


Nel giugno 1959, i vecchi matswanisti, in polemica con la politica del governo, rifiutano di votare alle legislative, provocando la collera del primo ministro Fulbert Youlou. Alcuni giovani sostenitori di quest'ultimo si scagliano contro di loro: «per tre giorni consecutivi una folla inferocita ha lapidato e battuto i seguaci di Matswa, incendiato le loro case [...] e la polizia li ha lasciati fare» dice Le Monde. I matswanisti vengono uccisi a decine. Tanto che alla proclamazione dell'indipendenza, il 15 agosto 1960, i seguaci di Matswa sono ormai inaudibili e invisibili per il potere congolese e per quello francese. 


Da allora, per quanto alcune personalità politiche del Congo si siano richiamate a Matswa o ne abbiano strumentalizzato la memoria, «nessuno ha più veramente preso il suo testimone o ha avuto a cuore di realizzare la sua visione» sottolinea Gondola. Matswa, comunque, non è stato mai dimenticato, come testimoniano i lavori e gli studi sempre più numerosi a lui dedicati. E come movimento politico-religioso il matswanismo conta tuttora dei discepoli.


[Traduzione italiana di Gavino Piga]

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