60 anni fa, l'indipendenza in Africa / 2: Repubblica Centrafricana


1959: LA MORTE SENZA RISPOSTE DI BOGANDA NELLA REPUBBLICA CENTRAFRICANA di Fanny Pigeaud


[versione originale: Mars 1959: la mort sans réponse de Boganda en Centrafrique © Mediapart - tutti i diritti riservati. Si ringrazia per la gentile concessione]

A oltre sessant'anni di distanza, sulla morte di Barthélemy Boganda non è ancora stata fatta chiarezza. L'ex sacerdote, uomo politico di eccezionale statura, morì in un incidente aereo, a bordo di un velivolo di linea francese il 29 marzo 1959, nel sud-est dell'attuale Repubblica Centrafricana. Primo ministro, deputato, sindaco di Bangui, Boganda a 48 anni si preparava a diventare il primo presidente della Repubblica, che avrebbe proclamato la propria indipendenza il 13 agosto 1960. Fu un incidente? Un attentato? Le cause della caduta del Noratlas a bordo del quale viaggiava Boganda non sono state oggetto di un'inchiesta seria. Un suo nipote, il generale centrafricano Xavier Sylvestre Yangongo, sostiene di aver raccolto nel corso degli anni elementi che farebbero pensare a un'esplosione dell'aereo a causa di una bomba. Quel che è certo è che Boganda s'era fatto parecchi nemici denunciando i crimini commessi in nome della colonizzazione e dichiarandosi favorevole a una federazione di Stati africani.


Era nato a sud-est di Banguy, nella regione di Lobaye, all'epoca parte del Medio-Congo, colonia membro dell'AEF (Africa Equatoriale Francese), e dal 1932 annessa alla colonia di Oubangui-Chari. 


Come tutti i territori dell'AEF anche Lobaye, fin dall'inizio della colonizzazione, viveva in un incubo: i suoi abitanti erano regolarmente vittime delle truppe francesi che, in piena conquista del Ciad, obbligavano i più a servire come facchini e uccidevano, violentavano, incendiavano, saccheggiavano. Oltre a ciò, le popolazioni locali subivano violenze perpetrate dall'amministrazione coloniale e da compagnie private dette "concessionarie" che controllavano enormi porzioni di territorio. Esecuzioni sommarie, torture, amputazioni, umiliazioni, tasse illegittime, sequestri di donne e bambini finalizzati a ottenere dagli uomini rifornimenti di lattice a prezzi irrisori per le compagnie: la lista dei loro soprusi è lunga. Verrà raccolta da André Gide e Albert Londres, e consegnata nel 1905 da Pierre Savorgnan de Braza in un rapporto ordinato dal governo francese, il quale deciderà di secretarlo per via del contenuto sconvolgente.


Di questa crudeltà Boganda fa esperienza diretta: quand'è ancora bambino, sua madre viene picchiata a morte per non aver corrisposto la quota di caucciù richiesta dall'onnipotente Compagnie Forestière Shanga-Oubangui (CFSO). Viene preso in affido nel 1921 dalla Chiesa Cattolica e avviato alla scuola. Brillante studente, nel 1938 diventa il primo prete africano dell'Oubangui-Chari. Si preoccupa del bene dei suoi parrocchiani, lotta contro il matrimonio forzato delle bambine, s'impegna nell'educazione dei bambini. Incoraggiato dal vescovo di Bangui, si presenta alle prime elezioni legislative aperte alle colonie nel quadro dell'Union Française. Eletto, nel 1946 si ritrova a Parigi sui banchi dell'Assemblea Nazionale, nel gruppo del Movimento Repubblicano Popolare (MRP), ma la delusione arriva molto presto. 


La Chiesa e l'amministrazione coloniale «pensavano di trovare in Boganda un aiuto politico prezioso» secondo lo storico Jean-Dominique Penel, ma «Boganda si sarebbe dimostrato non collaborativo, assolutamente non malleabile né docile come erroneamente lo si era immaginato. I rapporti si rovinarono velocemente, esplosero contraddizioni e violenti conflitti». Per parte sua, Boganda aveva pensato che le sue funzioni di deputato gli avrebbero consentito di migliorare la sorte dei concittadini di Oubangui-Chari. «Si presentava come "il delegato di un popolo oppresso dai colonialisti e dai razzisti", ma ben presto si rese conto che sarebbe stato vano sperare in un dibattito sul tema» scrive Pierre Kalck, suo amico ed ex amministratore coloniale, nel libro Barthélemy Boganda. Eletto di Dio e dei Centro-Africani (Sépia 1995)


Il prete-deputato s'impegna a richiedere la piena eguaglianza dei diritti, a denunciare il permanere dei lavori forzati a dispetto del divieto ufficiale. Si oppone all'obbligo di coltivare cotone nell'AEF, si scaglia contro la violenza delle compagnie concessionarie, dell'amministrazione coloniale e via dicendo. «Chi tace acconsente, e chi acconsente al crimine vi contribuisce» urla in pieno emiciclo a proposito dei lavori forzati. E nel 1946 dichiara che la «decolonizzazione» è urgente. Al suo rientro è fatto oggetto di campagne diffamatorie, molestie da parte della polizia, manovre di destabilizzazione. Alla fine del 1949 la Chiesa Cattolica lo sanziona perché contesta il celibato sacerdotale: non può più esercitare il ministerio, ma non modifica in nulla le proprie posizioni. Nel 1950 si sposa. Trascorre sempre meno tempo a Parigi. S'appoggia al Movimento di Evoluzione Sociale dell'Africa Nera (MESAN) da lui stesso fondato, che si propone di sostenere «la libertà del popolo africano», «l'eguaglianza fra tutti gli uomini», «la valorizzazione del sottosuolo d'Africa per il miglioramento delle condizioni di vita del popolo africano» e così via. Brillante oratore, gode di grande popolarità per le sue prese di posizione contro i soprusi del sistema coloniale, per la sua narrazione umanista (zo kwe zo, ripete in lingua Sango, ossia «un uomo vale quanto l'altro»), ma anche per la sua azione sul territorio: coltivatore lui stesso, crea una cooperativa per difendere gli interessi degli abitanti dei villaggi e dei contadini. Nel 1951, «malgrado pressioni di ogni tipo e brogli» - osserva il giornalista Pierre Barniès - è rieletto «trionfalmente» deputato.


Le violente critiche di Boganda, dirette apertamente all'ordine coloniale, sconvolgono i suoi interlocutori francesi. Nell'ottobre 1957, ad esempio, dice: «Che se ne vadano, gli amministratori colonialisti! Che se ne vadano, e che le nostre donne e i nostri bambini gettino dietro il loro aereo il tizzone ardente... il simbolo della partenza definitiva e di una memoria coperta dalla vergogna, dalla maledizione popolare». Nel 1956 e 1957 viene eletto rispettivamente sindaco di Bangui e presidente del Gran Consiglio dell'AEF. Spinge allora per la costituzione di uno Stato unitario, federale, che comprenda Oubangui-Chari, Camerun, Gabon, Ciad, e che sia aperto al Congo belga e all'Angola. Parla di «Stati Uniti dell'Africa Latina». 


Nel momento in cui l'indipendenza sembrava ormai ineluttabile, Boganda aveva capito che i futuri Stati africani sarebbero stati alla mercé delle grandi potenze se non si fossero uniti. «L'indipendenza nell'isolamento è una pericolosa illusione» pensava. Ma il suo progetto non ebbe seguito. Boganda affrontò l'ostilità generale dei territori interessati. «La forma in cui era stato presentato, l'esistenza di nazionalismi locali (...) e la paura di vedere Boganda annettere a proprio esclusivo vantaggio i successi degli Stati vicini al suo spiegano le resistenze incontrate» riferiva Le Monde nel 1959. Il giornale, che parlava di Boganda come di una «figura del panafricanismo», ometteva di precisare che la Francia e le altre potenze coloniali non avevano il minimo interesse a che una federazione politica di Stati vedesse la luce.


Nel settembre del 1958 la Francia organizzò un referendum in vista di una nuova Costituzione. Per le sue colonie francesi nell'Africa sub-sahariana, si trattava di accettare o meno di far parte di una Communauté Française che avrebbe rimpiazzato l'Union Française e concesso loro una parvenza di autonomia. I territori che avessero votato No sarebbero diventati automaticamente indipendenti ma avrebbero seguito la loro strada «isolatamente», «a loro rischio e pericolo», come anticipato dal generale de Gaulle. Ottenuta la garanzia che le colonie favorevoli al Sì avrebbero in seguito avuto la possibilità di diventare indipendenti, Boganda chiamò i propri compatrioti a votare in tal senso, pur precisando comunque che la Francia era «responsabile del male compiuto qui» e che avrebbe dovuto «ripararlo». Dopo il referendum divenne primo ministro della Repubblica Centrafricana Autonoma. 


Il 29 marzo 1959, giorno di Pasqua, Boganda è in viaggio per tornare da Berberati a Bangui quando il suo aereo, un Noratlas della compagnia francese UAT, sparisce dai radar. Due giorni dopo verranno ritrovati i resti del velivolo nonché le spoglie di cinque passeggeri e quattro membri dell'equipaggio. Non appena i resti vengono localizzati, i media francesi parlano di un incidente causato dal maltempo: «Sembra che una violenta corrente d'aria, avvisaglia di un tornado, abbia fatto precipitare al suolo l'apparecchio» scrive Le Monde. Due giorni prima, l'agenzia France-Press citava un capo villaggio affermando: «L'aereo, con tutte le luci accese, cercava di atterrare quando è avvenuto l'incidente». Dal canto suo, l'alto commissario scrive che l'areo si è «frantumato in pieno volo». Nulla di chiaro, insomma.

Viene istituita una commissione d'inchiesta dalla Direzione Generale dell'Aeronautica Civile in Francia. Il 7 maggio L'Express afferma: «Gli inquirenti hanno evidenziato alla base dell'ala, sul fianco destro della carlinga, una lacerazione larga un metro e mezzo: potrebbe essere stata provocata dall'esplosione di un ordigno al plastico o di analogo esplosivo. Uno degli inquirenti crede alla tesi del sabotaggio». Non se ne saprà più nulla: il rapporto della Commissione non viene reso pubblico.

Il silenzio ufficiale francese sulle cause dell'esplosione «è stato interpretato» - spiega Pierre Kalck, all'epoca consigliere del governo centrafricano - «come l'ammissione di un assassinio politico. Alcuni hanno chiamato in causa i servizi segreti (francesi o belgi, se non addirittura portoghesi); altri i coloni, quelli stessi che avevano ostacolato ad Oubangui l'applicazione alle popolazioni "arretrate" dell'AEF delle leggi sull'eguaglianza dei diritti e sulla libertà del lavoro» .


La storica Karine Ramondy ha ritrovato negli archivi nazionali francesi il rapporto dell'inchiesta, e lo analizza punto per punto nel libro Leaders assassinés en Afrique centrale 1958-1961 (L'Harmattan, 2020). Lei nota che nessuno dei corpi dei passeggeri del Noratlas era slegato dal suo sedile, il che - commenta - lascia pensare «che l'incidente sia stato improvviso ed estremamente violento». Rileva inoltre delle falle, e «in generale scarsa perseveranza» da parte della commissione d'inchiesta, specie nella ricerca di testimonianze. «Il gruppo di inquirenti mette avanti analisi meteorologiche incoerenti volendo provare a ogni costo che la causa sia stata il maltempo» sottolinea, pur notando che non furono rilevate tracce di esplosivo su nessuno dei resti analizzati (una parte del relitto rimase sul luogo del disastro). Inusualmente poi - si meraviglia Ramondy - il rapporto offre «conclusioni evasive» poiché spiega che «la causa all'origine» della caduta «è ancora incerta». Se la commissione d'inchiesta francese lascia intendere che il disastro potrebbe essere stato determinato dal cattivo tempo - pur escludendo che l'aereo sia stato colpito da un fulmine - le sue «mancanze e carenze non permettono tuttavia di escludere definitivamente la tesi dell'attentato», conclude Ramondy, che pure si esime dal privilegiare una precisa ipotesi.


Da parte sua, il generale Yangongo, ministro della giustizia all'inizio degli anni Ottanta, ha confidato a Mediapart di aver avuto accesso a dati di un'altra inchiesta, «avviata a partire dal pacco di Bangui con elementi della polizia - francese e provenienti dall'AEF - sul campo, che non fu portata a termine. Nel quadro di questa inchiesta furono sentite diverse decine di testimoni e tutti dissero di aver sentito e visto l'aereo esplodere e cadere. Sono stati recuperati resti sparsi su un raggio di oltre tre chilometri». «Il Noratlas, apparecchio robusto» - prosegue il nipote di Boganda - «è letteralmente andato in pezzi in pieno volo. Non può trattarsi di un guasto meccanico. Gli elementi che ho potuto confrontare mostrano che verosimilmente una bomba esplose a poppa dell'aereo».


Anche Pierre Kalck sostiene la tesi dell'attentato: secondo lui un pacco-bomba sarebbe stato consegnato all'equipaggio a Berberati. E nel suo libro precisa che Boganda aveva ricevuto minacce di morte nei mesi precedenti, cosa confermata dal generale Yangongo: «Era inquieto, diceva di essere sotto minaccia, al punto da aver deciso di accendere un'assicurazione sulla vita». Il generale pensa che suo zio «sia stato vittima di un complotto» e spera di poter un giorno, infine, conoscere «la verità».


Nel frattempo, le previsioni di Barthélemy Boganda - che oggi è un'icona per la maggioranza dei Centrafricani - si sono realizzate: divenuta formalmente indipendente ma priva di reale sovranità economica e politica, la Repubblica Centrafricana, ricca di risorse minerarie, è rimasta prigioniera di potenti interessi stranieri. Continuamente destabilizzata dall'esterno, è fra i paesi più poveri del mondo in termini di reddito per abitante. L'apparato statale non è mai andato oltre una fase embrionale, permettendo lo sviluppo di traffici d'ogni genere ed episodi di estrema violenza.


[Traduzione italiana di Gavino Piga]